Le vette delle Alpi lombarde stanno vivendo una trasformazione senza precedenti, spinta da un aumento incontrollato delle temperature. A lanciare l’allarme sono i rilevamenti effettuati dal Centro Regionale Neve e Valanghe di Bormio di ARPA Lombardia e le analisi condotte da Luca Pedrotti, coordinatore scientifico del Parco Nazionale dello Stelvio. L’impatto del riscaldamento globale sta alterando i delicati equilibri biologici di alta quota, spingendo la flora e la fauna oltre i loro confini storici e mettendo a rischio la sopravvivenza di diverse specie alpine.
Anomalie termiche record registrate dalle stazioni ARPA
I dati raccolti dalle stazioni automatiche di monitoraggio dipingono un quadro inequivocabile. La stazione di Vallaccia a Livigno, situata a 2.660 metri di altitudine, ha rilevato ad aprile 2026 un picco di caldo con un’anomalia media di +3 gradi Celsius rispetto alla media storica registrata dal 1994. Il trend è proseguito a maggio con +1,4 gradi e a giugno con +2,3 gradi, quando la temperatura ha toccato gli 8°C. Parallelamente, al Passo Marinelli di Lanzada, a 3.032 metri di quota, giugno ha registrato una media di 5,99°C (+1,25°C rispetto al periodo 2013-2025), per poi salire a 7,28°C nel mese di luglio.
La migrazione della fauna: camosci e fringuelli alpini in pericolo
Gli effetti di queste alterazioni sul regno animale sono concreti e drammatici. Le ricerche guidate da Luca Pedrotti all’interno delle 72 aree campione del parco mostrano uno spostamento verso l’alto di tutte le comunità animali. Specie abituate a quote inferiori, come i cervi, si sono insediate più in alto, entrando in diretta competizione per il cibo con i camosci, la cui popolazione si è più che dimezzata in alcune zone. Situazione critica anche per il fringuello alpino, minacciato dalla scomparsa dei terreni umidi e innevati necessari alla presenza degli insetti di cui si nutre; per questo piccolo volatile si teme un drastico calo entro il 2050.
Il risveglio precoce delle marmotte e la risalita della flora
Le irregolarità nelle nevicate invernali stanno compromettendo la sopravvivenza delle marmotte. La mancanza di una copertura nevosa adeguata sulle tane riduce l’isolamento termico: il freddo penetra nei rifugi, svegliando prematuramente gli animali dal letargo e spingendoli a cercare cibo in stagioni in cui la vegetazione scarseggia, causandone la morte per stenti. Sul fronte botanico, uno studio congiunto con il Museo Civico di Rovereto ha rivelato che oltre 200 specie vegetali hanno innalzato il loro limite di altitudine fino a 300 metri. Basti pensare ai rododendri ritrovati fino a 3.400 metri di quota e a una piccola graminacea individuata a 3.607 metri su Punta Taviela.