Centocinquanta chili di esplosivo alla base di una roccia, una detonazione e una colonna d’acqua che si alza dal Danubio in secca. La Romania ha scelto una soluzione piuttosto energica per deviare più acqua verso la centrale nucleare di Cernavodă, dove uno dei due reattori è già fermo e l’altro rischia di seguirlo.
L’operazione è stata condotta la mattina di oggi, lunedì 3 agosto 2026 dalle forze navali rumene nei pressi del braccio Bala, uno dei punti in cui le acque del Danubio si dividono prima di raggiungere la centrale. La roccia Pârjoaia contribuiva a spingere una parte della corrente verso quel ramo, sottraendola al tratto diretto a Cernavodă. Il piano, detto in modo semplice, consiste nel convincere il fiume a girare dalla parte giusta. Con l’esplosivo.
La roccia che deviava l’acqua
I sommozzatori militari hanno collocato 150 chili di esplosivo alla base della roccia, riuscendo a staccarne una porzione alta circa quattro metri e larga sei alla base. Il giorno precedente ne erano già stati utilizzati altri 30 chili: in due giornate, quindi, l’intervento ha richiesto complessivamente 180 chili.
Dopo le prime detonazioni, le misurazioni avevano registrato un aumento del 15% della portata nella cosiddetta Dunărea Veche, il ramo del Danubio che prosegue verso Cernavodă. Un miglioramento visibile, ancora insufficiente per mettere al sicuro il reattore rimasto in funzione.
La roccia, infatti, rappresenta soltanto la prima parte dell’operazione. Le autorità vogliono ora affondare all’ingresso del braccio Bala quattro chiatte caricate complessivamente con 150 tonnellate di pietra. La barriera temporanea dovrebbe limitare l’acqua che imbocca quel ramo e spingerne una quota maggiore verso la centrale. Una diga costruita mandando deliberatamente a fondo dei barconi.
Un reattore era già stato spento
Il 27 luglio Nuclearelectrica aveva annunciato lo spegnimento controllato dell’Unità 1 a partire dalla mattina successiva. Nel documento ufficiale, la società parla di un livello del Danubio “molto basso e senza precedenti”, provocato dalla grave siccità.
L’Unità 2 è rimasta collegata alla rete, mentre tecnici, autorità idriche ed esercito cercavano di recuperare la portata necessaria. Nuclearelectrica aveva già avvertito che, raggiunti i limiti operativi previsti dalle procedure, sarebbe stato possibile fermare anche il secondo reattore.
Lo spegnimento è una misura preventiva di sicurezza. Non indica un incidente nucleare né una perdita di controllo dell’impianto: quando la quantità d’acqua disponibile si avvicina ai limiti stabiliti, la produzione viene ridotta o interrotta per conservare i margini necessari. La centrale resta sicura. L’elettricità, comprensibilmente, smette di essere prodotta.
La stessa crisi aveva già raggiunto Paks
La Romania non è sola: il Danubio ha già costretto la centrale ungherese di Paks a ridurre drasticamente la produzione. L’unico impianto nucleare dell’Ungheria, che normalmente genera quasi metà dell’elettricità nazionale, si era avvicinato per la prima volta in 44 anni allo spegnimento completo.
Proprio oggi a Paks è rimasta in funzione una sola turbina da 240 megawatt, poco più di un decimo dei circa 2.000 megawatt prodotti dall’intera centrale in condizioni normali. La riduzione volontaria dei consumi da parte di famiglie e imprese aveva concesso qualche giorno in più, lasciando però il sistema energetico appeso alle previsioni del fiume. Due risposte diverse allo stesso problema.
Il nucleare ha bisogno di acqua
Le centrali nucleari producono elettricità in modo programmabile e con basse emissioni durante il ciclo di vita, ma gran parte degli impianti dipende dall’acqua per raffreddare i sistemi e condensare il vapore dopo il passaggio nelle turbine. Quando un fiume scende troppo, le prese possono faticare a garantire i volumi necessari. Se l’acqua è anche più calda, il sistema perde efficienza e si riduce il margine disponibile per rispettare i limiti operativi e ambientali.
L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha dedicato un rapporto proprio alle perdite di produzione legate alla crisi climatica e agli eventi ambientali. Temperature più alte, disponibilità d’acqua variabile e fenomeni estremi possono imporre riduzioni della potenza o spegnimenti, rendendo necessari interventi sulle prese, dragaggi preventivi, sistemi di pompaggio e soluzioni di raffreddamento alternative.
L’esplosione sul Danubio non dimostra che il nucleare sia incompatibile con un clima più caldo. Mostra qualcosa di meno comodo: una centrale può produrre energia in modo programmabile, il fiume da cui dipende, no. Per adesso l’Unità 2 di Cernavodă resta accesa. Il margine, però, si misura in centimetri di Danubio.
Rumunia wysadza skałę w Dunaju żeby utrzymać pracę elektrowni atomowej w Cernavodzie. Najpierw kontekst:
Trwająca właśnie ekstremalna obniżyła Dunaj do poziomu bliskiego rekordowi z 1985 r. Przepływ jest obecnie trzy razy mniejszy niż wieloletnia średnia dla lipca.… pic.twitter.com/8IOGvlT8eG — Kamil Całus (@KamilCaus) August 3, 2026