Anche il Pakistan elimina la tampon tax sugli assorbenti. E in Italia a che punto siamo dopo 4 anni di Governo guidato da una donna?

Mentre in Pakistan gli assorbenti smettono di essere considerati un bene di lusso, in Italia il dibattito sulla povertà mestruale sembra essersi fermato.

Il governo federale pakistano ha infatti abolito la tampon tax del 18% sui prodotti mestruali e sui contraccettivi, una decisione arrivata dopo anni di mobilitazione di attiviste, associazioni e avvocate che chiedevano una cosa molto semplice: riconoscere che gli assorbenti non sono un lusso, ma un bene essenziale.

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Una scelta che inevitabilmente porta a guardare anche in casa nostra. Dopo quasi quattro anni di un Governo guidato, per la prima volta nella storia della Repubblica, da una donna, a che punto è l’Italia nella lotta alla povertà mestruale?

Il Pakistan dice basta a una tassa che colpiva milioni di donne

Fino a oggi gli assorbenti in Pakistan erano gravati da un’imposta del 18%, perché classificati come beni non essenziali. Una definizione che stride con la realtà raccontata dai numeri. Secondo l’UNICEF, solo una donna o ragazza su dieci utilizza prodotti mestruali nel Paese. Moltissime sono costrette a ricorrere a pezzi di stoffa o ad altri materiali di fortuna, con inevitabili conseguenze sulla salute e sulla dignità.

La cosiddetta period poverty, la povertà mestruale, ha anche un impatto diretto sull’istruzione: l’UNICEF stima che una ragazza su cinque salti la scuola durante il ciclo, accumulando nell’arco della propria vita scolastica l’equivalente di almeno un anno di lezioni perse.

La svolta non è arrivata per caso e tra le protagoniste della campagna c’è Bushra Mahnoor, direttrice dell’organizzazione Mahwari Justice, che da bambina era costretta, insieme alle sorelle, a razionare gli assorbenti e a utilizzare pezzi di stoffa quando non poteva permetterseli. Nei giorni del ciclo, spesso rinunciava perfino ad andare a scuola.

La sua associazione ha raccolto oltre 10.000 firme, chiedendo l’abolizione della tassa, mentre nel 2025 due avvocate hanno promosso un’azione legale per ottenere il riconoscimento degli assorbenti come beni essenziali. La vittoria è arrivata, anche se il percorso è ancora incompleto: restano infatti i dazi sulle importazioni e, soprattutto, permane un forte stigma culturale attorno alle mestruazioni.

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E in Italia?

In Italia la tampon tax è (inspiegabilmente) al centro di una lunga battaglia. Per anni gli assorbenti sono stati tassati con l’IVA ordinaria del 22%, come molti altri beni non essenziali. Una scelta contestata da associazioni e movimenti, che hanno sempre sostenuto come il ciclo mestruale non possa essere trattato alla stregua di un consumo discrezionale.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato: oggi l’IVA sui prodotti mestruali monouso è al 10%, così come quella sulle coppette mestruali e su altri dispositivi riutilizzabili  (dopo che la legge di bilancio 2024 ha annullato la riduzione al 5% del 2023).

Una riduzione sufficiente? Certo che no, dal momento che la questione non riguarda più soltanto l’aliquota fiscale, ma l’accessibilità. Non solo aliquota tra le più altre, ma, in Italia, non esiste ancora una politica nazionale che garantisca la distribuzione gratuita di assorbenti nelle scuole, nelle università o nei luoghi pubblici, come già avviene in diversi Paesi europei. L’accesso ai prodotti mestruali continua così a dipendere, nella maggior parte dei casi, esclusivamente dalle possibilità economiche delle singole persone o dalle iniziative di alcuni Comuni, università e associazioni.

E mentre il Governo non ha fatto della povertà mestruale una priorità della propria agenda politica, il tema continua a emergere soprattutto grazie al lavoro delle realtà del terzo settore e delle amministrazioni locali che cercano di colmare questo vuoto.

La decisione del Pakistan ricorda che la tampon tax è sì una questione fiscale, ma è anche e soprattutto una questione di diritti. Quando una ragazza rinuncia ad andare a scuola perché non può permettersi un assorbente, quando una donna deve scegliere tra acquistare prodotti per l’igiene mestruale o altre necessità quotidiane, il problema non riguarda più il prezzo di un pacco di assorbenti, ma l’accesso all’istruzione, alla salute e alla dignità.

Riconoscere che gli assorbenti non sono un bene di lusso è soltanto l’inizio. Fare in modo che siano davvero accessibili a tutte le persone che ne hanno bisogno è la sfida che resta ancora aperta. E l’Italia quando si sbriga?

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