La pesca intensiva non si ferma, nonostante gli allarmi e i ripetuti tentativi di regolamentazione: distrugge gli ecosistemi e sfugge ai controlli. il report shock dell’Environmental Justice Foundation sulla pesca del calamaro ci mostra un quadro preoccupante, fatto spesso di lavoro forzato, spinnamento degli squali, morti tra l’equipaggio, nonché pescato che arriva sul mercato senza garanzie sulla provenienza né chiarezza sul costo umano e ambientale che nasconde.
Che cosa si intende per pesca intensiva (e perché è così pericolosa per l’ambiente)
La pesca intensiva è una pratica, lo dice il nome, che implica un massiccio prelievo di risorse marine destinate ai mercati di tutto il mondo. La tecnica della pesca a strascico, in particolare, è stata vietata nel 2006 nell’Unione nei siti Natura 2000 del Mediterraneo designati per la tutela delle fanerogame marine, degli habitat coralligeni e dei letti di maërl.
Ma, come spiega MedReAct, associazione senza fini di lucro che propone azioni per il recupero del Mar Mediterraneo, il divieto rimane ancora largamente inapplicato dai paesi mediterranei della stessa Unione Europea.
I tentativi di limitare queste pratiche nascono da dati oggettivi: il prelievo di eccessive risorse marine sta letteralmente svuotando i nostri mari, provocando in tal modo gravissime alterazioni degli ecosistemi marini, con conseguenze già evidenti e imprevedibili (ma di certo non positive) ripercussioni a medio-lungo termine.
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L’indagine e i risultati
L’Environmental Justice Foundation ha intervistato oltre 430 pescatori che hanno lavorato a bordo di 249 pescherecci a traino per il calamaro nel nord-est dell’Oceano Indiano, nel Pacifico sud-orientale e nell’Atlantico sud-occidentale.
Sono state le loro testimonianze a dipingere un quadro agghiacciante, fatto di sfruttamento sia umano che animale, con lavoro forzato, spinnamento degli squali (una pratica crudele), morti tra l’equipaggio nonché totale mancanza di garanzia sul pescato né tracciamento delle origini.
Questa è la realtà nascosta dietro la flotta mondiale della pesca del calamaro quando nessuno la controlla
scrive la fondazione
©Environmental Justice Foundation
Una situazione fuori controllo
Come si legge sul report, il mercato mondiale del calamaro vale 12,7 miliardi di dollari (quasi 11 miliardi di euro), e i principali acquirenti sono l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e la Corea del Sud.
Le flotte che riforniscono questi mercati operano in alto mare, al di fuori della giurisdizione nazionale, senza una supervisione effettiva e, nella maggior parte dei casi, senza alcuna istituzione internazionale organismo multilaterale con il mandato o la volontà di imporre limiti
Ed è proprio l’”alto mare” a creare questa situazione, perché è l’area al di fuori delle zone di 200 miglia nautiche dei Paesi marittimi.
I vincitori 2023 del Tyler Prize for Environmental Achievement, considerato il “premio Nobel per l’ambiente”, il biologo marino Daniel Pauly e l’economista della pesca Rashid Sumaila dichiararono infatti a riguardo:
Vincere questo premio ci offre l’opportunità di diffondere un messaggio urgente e basato su prove: tutta la pesca in alto mare dovrebbe essere vietata
Quello che arriva sulle nostre tavole è del tutto “ignoto”: i consumatori, precisa la fondazione, non dispongono di informazioni sufficienti per scegliere in modo consapevole, e prodotti ad alto rischio continuano ad arrivare quotidianamente sui mercati internazionali.
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Nel frattempo, governi, importatori e distributori rischiano di sostenere, spesso inconsapevolmente, un modello fondato sullo sfruttamento e sull’opacità
Il report è disponibile qui.
Fonte: Environmental Justice Foundation
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