Sono passati tre anni da quel 10 agosto in cui Michela Murgia se n’è andata, a 51 soli anni, dopo aver trasformato anche la propria malattia in un atto pubblico di lucidità e di cura collettiva. Da allora l’Italia ha continuato a discutere di linguaggio inclusivo, di violenza di genere, di famiglie non tradizionali, di derive autoritarie: esattamente i terreni su cui Murgia aveva scavato per anni, spesso da sola, spesso controcorrente. Non è un caso se il suo nome torna continuamente nel dibattito pubblico: mancano la sua capacità di smontare un luogo comune in tre frasi, il suo rifiuto della semplificazione, il suo modo di trasformare la rabbia in pensiero organizzato invece che in rumore.
Rileggerla oggi non è un esercizio nostalgico. È un atto necessario, perché molte delle battaglie che ha nominato per prima — sul potere delle parole, sul confine sottile tra populismo e fascismo, sul diritto delle donne a esistere senza chiedere permesso — sono ancora aperte, e forse più urgenti di tre anni fa. Ecco otto delle sue riflessioni più potenti sulla società, scelte per ricordare non la scrittrice che è stata, ma il pensiero che continua a lavorare tra noi.
Sul fascismo, che non si misura dal consenso
Nel saggio Istruzioni per diventare fascisti (2018) Murgia ribaltava il modo comune di valutare un governo. Il vero indicatore, scriveva, non è quante persone lo sostengono, ma “dalla possibilità di esercitare il dissenso”.
Una democrazia si riconosce da come tratta chi la contesta, non da quanti la applaudono: un criterio semplice, e per questo scomodo, che resta il suo lascito politico più citato.
Sul linguaggio come infrastruttura di potere
Murgia è stata tra le voci più nette nel dire che la grammatica non è mai neutra. Il linguaggio è un’infrastruttura culturale che riproduce rapporti di potere, sosteneva, spiegando perché la battaglia sul maschile sovraesteso o sui titoli professionali al femminile non fosse “una questione di forma”, ma una mappa di chi la società considera legittimato a parlare.
Sulla sincerità come alibi
Contro la retorica del “dico quello che penso”, Murgia metteva in guardia da chi scambia una speciale diffidenza — la sua — per chi si compiace di dire sempre quello che pensa, ricordando che la sincerità spesso è solo l’incapacità di controllare il pensiero, non una virtù. In un’epoca di opinioni istantanee sui social, è un monito che vale più oggi che nel momento in cui l’ha scritto.
Sull’ignoranza diventata comoda
In una riflessione tagliente sulla crisi della scuola e dell’autorevolezza del sapere, osservava che in una società dove l’ignoranza non è più un difetto, insegnare non è più una virtù. Una diagnosi impietosa sul modo in cui, oggi, competenza ed esperienza vengono spesso derise invece che riconosciute.
Sulla morte che la società sceglie di non vedere
Da studiosa di rappresentazioni culturali, Murgia notava come una parte rilevante del nostro immaginario si giochi sulla rappresentazione della morte, e anche sulla sua mancata rappresentazione: la mettiamo in scena solo in certe forme, ed escludiamo tutte le altre. Un pensiero che lei stessa ha reso concreto, raccontando pubblicamente la propria malattia terminale per restituire dignità a un’esperienza che la società preferisce nascondere.
Nelle ultime interviste, malata da tempo, disse una delle frasi più citate degli ultimi anni: “Non ho paura di morire. Ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite”. Non è solo una confessione personale: è una dichiarazione su cosa significhi vivere pienamente in una società che spesso misura il valore di una vita dalla sua durata, non dalla sua intensità.
Sull’eredità che non è biologica
Senza figli propri, Murgia ha ridefinito pubblicamente il concetto di eredità, parlando di un’eredità da lasciare fatta di ciò che si sa fare, si è visto, si è imparato — un patrimonio che, diceva, sarebbe andato “ai figli degli altri, se c’è qualcuno che vorrà imparare”. Una visione di comunità e trasmissione del sapere che va oltre il legame di sangue, coerente con la sua idea di “famiglia queer”.
Su come vuole essere ricordata
Consapevole della propria fine imminente, e di quanto la sua immagine pubblica fosse stata a lungo divisiva, lasciò un’indicazione che suona oggi come un testamento morale: “Ricordatemi come vi pare”, disse, rivendicando di non aver mai recitato una parte per piacere a qualcuno. In un tempo in cui l’immagine pubblica è merce quotidiana, è un invito a restare coerenti con se stessi anche a costo dell’impopolarità.