Il Canada è ancora in fiamme. Nella regione vinicola e frutticola del British Columbia, sono oltre 100 gli incendi attivi, quasi la metà dei quali classificati come fuori controllo. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, una donna di 80 anni è morta mentre cercava di mettersi in salvo e il governo federale è intervenuto per sostenere la provincia, alle prese con roghi che nel giro di poche ore hanno raggiunto dimensioni enormi.
La situazione più critica si registra nell’area dell’Okanagan Lake, dove la rapidissima avanzata delle fiamme ha imposto evacuazioni di massa tra Summerland, Peachland e le comunità vicine.
A complicare ulteriormente le operazioni di spegnimento ci sono, nemmeno a dirlo, settimane di caldo persistente, pochissime precipitazioni e una vegetazione ormai estremamente secca: una combinazione che sta alimentando incendi molto intensi e, soprattutto, capaci di avanzare a una velocità difficilissima da contenere.
Il Bald Range Fire corre verso l’Okanagan Lake
A preoccupare più di tutti è il Bald Range Fire, il grande incendio che ha investito l’area tra Summerland e Peachland. Individuato nella serata di venerdì, nel giro di poche ore si è esteso su oltre 100 chilometri quadrati, arrivando a superare i 10.300 ettari nella giornata del 9 agosto.
Una crescita rapidissima, che rende bene l’idea di quanto sia cambiato il comportamento di questi incendi. Non si parla più soltanto di fronti molto estesi, ma di roghi capaci di percorrere chilometri in pochissimo tempo, lasciando margini sempre più ridotti sia a chi deve intervenire sia a chi vive nelle aree minacciate.
È anche per questo che il premier della British Columbia, David Eby, ha dichiarato lo stato di emergenza l’8 agosto, quando oltre 20mila persone erano già state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Eby ha descritto l’impatto dell’incendio come quello di una bomba esplosa sul territorio, mentre la quantità di calore sprigionata dalle fiamme ha contribuito a creare condizioni atmosferiche locali ancora più instabili. Il vero problema, infatti, non è soltanto quanto questi incendi riescano a diventare grandi. È quanto velocemente riescano a farlo.
Fino a non molto tempo fa, le ore notturne rappresentavano una sorta di tregua per le squadre impegnate contro gli incendi boschivi. Con il calo delle temperature, l’aumento dell’umidità e venti generalmente meno intensi, le fiamme tendevano a perdere forza e i vigili del fuoco potevano approfittarne per rafforzare le linee di contenimento.
Ora questo schema non è più così scontato: quando il terreno è arido e la vegetazione è completamente disidratata, incendi già molto grandi possono mantenere una quantità tale di energia da continuare a propagarsi anche dopo il tramonto. È proprio quello che sta accadendo in British Columbia, dove le operazioni antincendio proseguono anche di notte con l’impiego di elicotteri dotati di sistemi di visione notturna, oltre agli altri mezzi aerei e alle squadre di terra.
Per sostenere gli interventi sono arrivati anche rinforzi internazionali da Australia, Nuova Zelanda e Messico, mentre i fronti più difficili continuano a essere monitorati giorno e notte.
Alla base di questa autentica esplosività c’è una situazione meteorologica che si trascina da settimane. Nella parte meridionale della British Columbia, caldo e scarsità di precipitazioni hanno progressivamente prosciugato suolo, sottobosco e vegetazione, creando condizioni ideali perché un incendio possa crescere molto rapidamente. Le stesse operazioni di spegnimento diventano più complesse: il fumo riduce la visibilità, l’enorme calore genera turbolenze e i fronti possono cambiare direzione con grande rapidità.
Del resto, il rischio era stato segnalato già nei mesi precedenti. A maggio, il governo canadese indicava proprio la British Columbia tra le aree più esposte a un rischio di incendi elevato e persistente nel corso dell’estate 2026.
Nel momento in cui un territorio resta senza piogge significative per settimane, non bruciano soltanto gli alberi. Diventa combustibile tutto ciò che circonda il fuoco: erba secca, arbusti, foglie, rami, terreno organico. In condizioni simili basta un fulmine, una scintilla o un’altra fonte di innesco perché un piccolo focolaio possa trasformarsi rapidamente in un incendio fuori controllo.
Va da sé, quindi, che il discorso inevitabilmente si allarghi alla crisi climatica, perché caldo estremo, siccità prolungate e vegetazione sempre più secca stanno creando condizioni nelle quali i grandi incendi possono diventare più intensi, più rapidi e molto più difficili da fermare.
Fonte: The Guardian