Social vietati sotto i 15 anni, la Corte costituzionale francese boccia la legge: “limita la libertà di espressione”

La Francia dovrà rivedere il suo piano per tenere i più giovani lontani dai social. Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato il divieto generalizzato di accesso ai social per i minori di 15 anni, una delle misure su cui Emmanuel Macron aveva puntato maggiormente negli ultimi mesi per contrastare i rischi legati all’uso precoce delle piattaforme digitali. Nella decisione del 14 agosto 2026, i giudici costituzionali hanno censurato la disposizione centrale della legge approvata definitivamente dal Parlamento francese il 21 luglio, ritenendola incompatibile con la libertà di espressione e di comunicazione. Secondo il Consiglio, il divieto imposto agli under 15 costituisce una limitazione non sufficientemente giustificata e sproporzionata rispetto all’obiettivo perseguito.

Una decisione che non nega affatto il problema alla base della legge. Il Consiglio riconosce infatti esplicitamente la necessità di tutelare l’interesse superiore del minore e, quindi, la possibilità per lo Stato di intervenire per proteggere bambini e adolescenti dai rischi del digitale. Ciò che non supera il controllo di costituzionalità è lo strumento scelto: vietare in blocco l’accesso a una categoria molto ampia di servizi online sulla base della sola età.

Perché il divieto è stato bocciato

Il punto non è mettere in discussione la necessità di proteggere bambini e adolescenti. Lo stesso “Consiglio dei Saggi” ha riconosciuto “l’esigenza costituzionale della protezione dell’interesse superiore del minore”. A non convincere è stato lo strumento scelto.

Il divieto, infatti, avrebbe riguardato una platea molto ampia di servizi online, compresi quelli per i quali, secondo i giudici, non sono stati accertati rischi specifici per la salute o la sicurezza dei minori. Una misura uniforme, dunque, applicata a piattaforme molto diverse tra loro e senza una distinzione sufficientemente precisa sulla base del livello di rischio. C’è poi il nodo della verifica dell’età. Per impedire davvero a un ragazzo di 14 anni di accedere a un social non basta chiedergli la data di nascita. Servono sistemi più efficaci, che possono comportare il controllo di documenti o altri dati personali.

E questo significa che, per verificare chi ha meno di 15 anni, si finirebbe inevitabilmente per chiedere anche agli adulti di dimostrare la propria età. Un meccanismo che apre ulteriori questioni sul fronte della privacy e della protezione dei dati.

Macron non molla: la legge sarà riscritta

La bocciatura, però, non chiude la partita. Dopo la decisione del Consiglio costituzionale, Emmanuel Macron ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di riscrivere la legge, con l’obiettivo di arrivare a una nuova soluzione entro la primavera del 2027.

Il governo dovrà quindi costruire una norma più mirata, capace di individuare con maggiore precisione le piattaforme e le funzionalità considerate pericolose, oltre a stabilire sistemi di verifica dell’età compatibili con i diritti degli utenti.

La decisione francese mette così in luce il vero nodo del dibattito: proteggere i minori dai social non significa necessariamente vietare loro i social. Cyberbullismo, contenuti estremi, notifiche continue, algoritmi pensati per trattenere gli utenti e dinamiche potenzialmente compulsive restano problemi concreti. Ma intervenire davvero potrebbe significare agire sul funzionamento delle piattaforme, e non soltanto fissare una soglia anagrafica.

Ed è proprio questa la sfida che ora attende la Francia: trovare un equilibrio tra tutela dei più giovani e libertà fondamentali, senza trasformare una protezione necessaria in un divieto indiscriminato.

Fonte: Conseil Constitutionnel

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