Etna, il magma che risale provoca fratture e terremoti, lo studio INGV che può aiutare la prevenzione del rischio vulcanico

Etna: gli scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno analizzato quanto avvenuto il 13 maggio 2008, quando fu possibile osservare contemporaneamente quello che avveniva in superficie e in profondità durante un’intrusione magmatica, la risalita del magma all’interno del vulcano lungo fratture della roccia, in assenza di eruzione. Lo studio potrebbe migliorare la prevenzione del rischio vulcanico.

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Cosa è accaduto il 13 maggio 2008

etna studio caso 2008

©INGV (mod Bonaccorso et al., 2026)

Come spiegano gli esperti dell’INGV, il 13 maggio 2008 un dicco laterale, ossia un corpo di magma che si insinua lungo una fenditura della roccia, iniziò a propagarsi dal condotto di alimentazione centrale del vulcano verso nord, generando un esteso campo di fratture in superficie e una sequenza di terremoti che ne accompagnò l’avanzata, tracciandone con precisione la migrazione.

Ma non ci fu una vera e propria eruzione: infatti il magma non raggiunse la superficie sul fianco settentrionale, mentre la propagazione si diresse verso sud, dando origine all’eruzione nella Valle del Bove.

Sul terreno rimase quello che gli scienziati chiamano “campo di fratture secco”, ovvero non eruttivo, uno dei casi più significativi di interazione tra un’intrusione magmatica e la deformazione fragile del suolo.

La dinamica iniziale destò particolare apprensione perché la direzione del dicco ricordava lo scenario del marzo 1981, quando una fessura eruttiva si propagò rapidamente verso Randazzo causando gravi danni – spiega Alessandro Bonaccorso, Dirigente di Ricerca dell’INGV e coordinatore dello studio – Nel 2008, invece, la propagazione si è arrestata spontaneamente, offrendo un’opportunità scientifica unica per osservare in dettaglio il comportamento di un’intrusione laterale

Lo studio di luglio 2026

etna studio caso 2008

©INGV

Il recente studio ha ricostruito quando avvenuto proprio il 13 maggio 2008, osservando in particolare l’analisi delle fratture superficiali e dei dati sismici, cosa che ha permesso di ricostruire l’evoluzione dell’intrusione.

Abbiamo stimato che il magma si sia propagato fino a una profondità compresa tra circa 200 e 600 metri – spiega Marco Neri, Dirigente di Ricerca dell’INGV e co-autore dell’articolo – Lo studio mostra inoltre che, con l’avanzare del dicco, la pressione del magma non era più sufficiente a superare la resistenza della roccia in cui si stava intrudendo. La sua propagazione ha così rallentato fino ad arrestarsi, mentre il magma ha iniziato progressivamente a solidificare

Ma c’è molto di più.

Il momento sismico cumulato rilasciato durante l’evento coincide con l’energia elastica attesa dal dicco modellato – riferiscono infatti Elisabetta Giampiccolo e Carla Musumeci, sismologhe del team dell’INGV che ha condotto la ricerca – Questo dato, associato con il cambio da estensionale a compressivo dei meccanismi di rottura che generano i terremoti durante la propagazione del dicco, indica che il sistema aveva esaurito il proprio ‘budget energetico’ di propagazione: nessuna energia residua, nessuna possibilità di avanzare oltre

In altre parole, osservando contemporaneamente gli eventi in superficie e in profondità, gli scienziati sono riusciti a capire cosa avviene davvero durante un’intrusione magmatica, anche in assenza di una vera e propria eruzione.

Il dicco ha di fatto “tracciato” la sua strada e il suo bilancio energetico ha reso possibile dimostrare che le fratture sono state provocate proprio da lui, così come i terremoti associati.

Tutto questo ha reso il caso del 13 maggio 2008 un esempio unico per la comprensione delle intrusioni laterali dell’Etna. E potrebbe davvero aiutare li scienziati a migliorare la comprensione del rischio sismico, e quindi le misure preventive da utilizzare.

Il lavoro è stato pubblicato su Frontiers.

Fonti: INGV / Frontiers

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