La scena è nota a quasi tutti i genitori: il bambino infila la manina nella confezione di biscotti, tira fuori un biscotto rotto e… parte il finimondo. Niente da fare, quel biscotto spezzato non va bene. Non importa quante spiegazioni logiche si provino a dare — «tanto poi lo rompi in bocca!», «è rimasto solo questo!» — la risposta è sempre la stessa: lacrime, capricci, rifiuto totale.
Ma cosa c’è davvero dietro a questo comportamento? È un capriccio fine a se stesso o c’è qualcosa di più complesso in gioco? A spiegarlo è la pedagogista e insegnante Laura Mazzarelli, che in un post diventato virale su Facebook ha illuminato questo piccolo-grande mistero della vita quotidiana con i bambini — e le sue parole risuonano ancora oggi, confermate da ciò che la psicologia dello sviluppo continua a dirci sul mondo emotivo dei più piccoli.
Il biscotto rotto non è (solo) un biscotto
Secondo la dottoressa Mazzarelli, i motivi per cui i bambini rifiutano i biscotti rotti sono essenzialmente due, e nessuno dei due ha a che fare con la caparbietà o il voler fare i dispetti.
Il primo motivo è emotivo, e forse è quello che sorprende di più:
Quel biscotto spesso rappresenta la goccia che fa traboccare il vaso di una tensione precedentemente accumulata. I bambini a volte usano pretesti per noi assurdi e incomprensibili per spostare le motivazioni profonde e autentiche dei disagi che non riescono a esprimere su questioni di minor rilievo. Lasciamo che il bambino si sfoghi e allontani lo stress e che ne possa uscire alleggerito, senza razionalizzare ma semplicemente accogliendo.
In altre parole, il biscotto rotto diventa un contenitore simbolico di tutto ciò che il bambino non riesce ancora a verbalizzare. È un meccanismo che la psicologia dello sviluppo conosce bene: i bambini, soprattutto sotto i 6-7 anni, non hanno ancora gli strumenti cognitivi ed emotivi per dire «sono stanco», «mi sono sentito ignorato», «ho avuto una giornata difficile». E allora quella frustrazione trova sfogo nel primo pretesto disponibile — spesso, appunto, un biscotto spezzato.
Il secondo motivo è invece legato al modo in cui i bambini percepiscono il mondo:
I bambini vogliono i biscotti interi perché sono belli, integri, giusti, perfetti e rispondono alla loro idea di biscotto. Nel loro immaginario il biscotto è intero, se è rotto non va bene, non lo voglio, non mi piace, non è ciò che ho chiesto. Non ha nessun senso a questo punto la spiegazione razionale.
Questo ci dice qualcosa di fondamentale: i bambini piccoli pensano per immagini mentali rigide e prototipiche. Il biscotto, nella loro mente, ha una forma precisa, ed è intera. Un biscotto rotto non corrisponde a quell’immagine: non è «sbagliato» in senso morale, semplicemente non è quello che si aspettavano. E per un bambino, la distanza tra aspettativa e realtà può essere vissuta in modo molto più intenso di quanto un adulto riesca a immaginare.
Studi recenti sulla regolazione emotiva nell’infanzia confermano questa prospettiva: i bambini tra i 2 e i 5 anni sono neurologicamente in una fase in cui la corteccia prefrontale — quella che ci permette di ragionare, relativizzare, accettare i compromessi — è ancora in pieno sviluppo. Chiedere loro di «essere ragionevoli» di fronte a una delusione è, letteralmente, chiedere qualcosa che il loro cervello non è ancora attrezzato a fare.
Cosa fare allora? Il pensiero magico come alleato
La buona notizia è che non bisogna né cedere a ogni richiesta né ingaggiare una battaglia di volontà. La pedagogista Mazzarelli suggerisce di usare uno strumento che i bambini amano profondamente: il pensiero magico.
Spiegare con calma: «È rimasto solo questo, te lo lascio qua… magari arriva il topolino e se lo mangia… tu controlla eh!». Questo significa viziare o prendere in giro i bambini? No! Significa capire come funziona un bambino e rispondergli a partire dal suo pensiero magico. In questo modo eviterete di innescare un braccio di ferro basato sul capriccio e sarà il bambino a spostarsi dal pianto al gioco facendo il topolino: avrete tramutato la situazione positivamente per entrambi.
Non si tratta di ingannare il bambino, ma di incontrarlo nel suo mondo invece di pretendere che salti nel nostro. È un approccio che si allinea perfettamente con ciò che oggi sappiamo sull’educazione emotiva: validare il vissuto del bambino, offrire un’uscita creativa dalla situazione di tensione, evitare lo scontro frontale che non fa che amplificare il disagio.
E poi, diciamocelo: anche noi adulti, se ci pensiamo bene, preferiamo un biscotto bello intero. Forse i bambini non hanno tutti i torti.
Fonte: Dottoressa Laura Mazzarelli Facebook