Cinque persone sulla stessa bicicletta sembrano già abbastanza per immaginare una scena comica: uno parte troppo forte, uno resta indietro, uno ha paura della curva, uno pensa di sapere tutto e uno, poverino, cerca solo di arrivare intero alla fine del giro. Poi guardi meglio la Quintuplette e capisci che l’idea, sotto quella forma un po’ strana, è molto più concreta di così.
La bicicletta a cinque posti è nata a Compiègne, nel nord della Francia, da un’idea di Aurélien Vauquelin, ingegnere ipovedente, insieme a Olivier Liénard. Il mezzo ha cinque selle, cinque manubri e cinque coppie di pedali, tutti sullo stesso telaio. Una specie di tandem moltiplicato, solo che qui il gioco si fa subito più serio: per avanzare bisogna trovare un ritmo comune. Se uno spinge troppo, lo sentono tutti. Se uno si distrae, lo sentono tutti. Se qualcuno decide di fare per conto suo, la bicicletta glielo ricorda in pochi metri.
Cinque corpi, un solo mezzo
© Mission Quintuplette
Costruire una bici del genere significa risolvere problemi abbastanza pratici: stabilità, peso, frenata, comfort, trasmissione, sicurezza. Non basta allungare un telaio e aggiungere qualche sella, anche perché cinque persone non pedalano mai nello stesso modo. Hanno gambe diverse, paura diversa, forza diversa, tempi diversi. La Quintuplette deve trasformare tutto questo in un movimento unico, senza strattoni continui e senza rendere la guida un atto di fede.
La guida resta affidata alla persona davanti, mentre gli altri contribuiscono alla spinta. È un meccanismo semplice da capire e molto meno semplice da abitare. Chi sale non può limitarsi a fare presenza, perché ogni pedalata pesa sul movimento generale. Allo stesso tempo nessuno può pretendere di comandare da solo, perché il mezzo funziona solo se tutti accettano di stare dentro una specie di accordo fisico.
In questo senso il legame con il ciclismo adattato è evidente. Per le persone cieche o ipovedenti, il tandem è da tempo uno strumento importante: permette di pedalare con una guida, mantenendo velocità, movimento, aria in faccia e piacere dello sport. La Quintuplette allarga quel principio a un piccolo gruppo. Non mette una persona “al centro” come simbolo da applaudire. Mette cinque persone sullo stesso telaio e chiede a tutte di fare la propria parte.
La fiducia sta nei pedali
La cosa bella, qui, è che l’inclusione non resta appesa alle parole. Diventa una faccenda di gambe, freni, partenze e curve prese bene. Prima di partire bisogna salire, sistemarsi, capire chi guida, ascoltare le indicazioni, coordinarsi. Sembra poco, invece è già moltissimo. Chi ha mai provato anche solo un tandem lo sa: dopo trenta secondi viene fuori il carattere di tutti.
La Quintuplette nasce anche per iniziative sportive, eventi associativi, giornate di sensibilizzazione sulla disabilità e attività di gruppo. Può diventare uno strumento utile per scuole, associazioni, aziende, comuni, manifestazioni solidali. Tutti contesti dove spesso si parla di cooperazione e poi, al primo intoppo, ognuno torna nel proprio angolino con grande dignità e zero voglia di regolarsi sugli altri.
Una bici che obbliga a stare insieme
Il progetto guarda anche a sfide pubbliche e appuntamenti sportivi nei prossimi anni, con l’obiettivo di portare questa bicicletta fuori dalla curiosità locale. Ed è lì che la bicicletta a cinque posti diventa interessante. Non perché sia perfetta, brillante o rivoluzionaria. Perché prende una parola enorme come “inclusione” e la abbassa a un gesto molto concreto.
In tempi in cui anche una passeggiata può diventare una performance da raccontare, questa bici fa una cosa quasi antiquata: costringe cinque persone a sentire il ritmo degli altri. Se uno si muove male, il problema arriva subito. Se tutti trovano il passo, il mezzo va. E per una volta la metafora non serve nemmeno. Basta guardarli pedalare.
Fonte: Mission Quintuplette
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