Spaventosa inondazione in Nepal, ci sono oltre 100 morti e 400 dispersi: cronaca di un disastro annunciato

Il fiume Bhotekoshi è esondato due volte in poco più di un anno. La prima nel 2025, con 18 morti dopo il crollo di un ghiacciaio sul versante cinese del confine. La seconda mercoledì, con un bilancio che le fonti aggiornano di ora in ora: il Kathmandu Post parla di 22 vittime accertate e 384 persone ancora introvabili, di cui 291 cittadini stranieri e 32 membri delle forze di sicurezza.

Secondo quanto riportato da AFP e Reuters, la polizia nepalese ha dichiarato che il bilancio delle vittime delle inondazioni è salito a 95. L’Ente del Turismo del Nepal ha aggiunto che il numero dei dispersi è 403, di cui 341 stranieri. Non è una coincidenza statistica che la stessa montagna si ripeta: è un ghiacciaio instabile che continua a franare nello stesso punto.

“Non si sono mai verificati danni di tale portata”

A raccontare la scala della devastazione è Krishna Prasad Humagain, vice capo del distretto di Nuwakot, che al Kathmandu Post ha dichiarato: “Interi insediamenti sono stati rasi al suolo, mentre banche, ponti e mercati hanno subito danni ingenti”. E ha aggiunto: “Non si sono mai verificati danni di tale portata nella storia”. Decine di ponti in cemento sono stati spazzati via, le comunicazioni interrotte, le operazioni di soccorso rallentate dal maltempo.

Droni e forze speciali sulle tracce dei dispersi

Secondo quanto riferito da Nepal News e ripreso dall’ANSA, alle operazioni di ricerca partecipano l’esercito nepalese, la polizia e la Armed Police Force, affiancati da personale specializzato, squadre mediche e mezzi per la gestione delle emergenze. Nelle aree colpite vengono inviati rifornimenti di emergenza, mentre droni vengono utilizzati per mappare i danni e individuare eventuali persone isolate. I soccorritori concentrano le ricerche in particolare nelle aree della dogana e dello scalo di Rasuwagadhi, dove alcune persone potrebbero essere rimaste sepolte.

Un cantiere completato due giorni prima del disastro

Tra le vittime più silenziose dell’inondazione ci sono i lavoratori del progetto idroelettrico Langtang Khola, impianto da 20 megawatt. Bijay Mohan Bhattarai, promotore del progetto, ha riferito al Kathmandu Post che l’impianto era già completato, con i collaudi previsti a distanza di due giorni: “Finora non siamo riusciti a contattarli”, ha detto mercoledì pomeriggio, parlando dei 60 lavoratori rimasti senza contatti — venticinque tra ingegneri, autisti e personale di cucina, più 35 operai che si trovavano all’interno di una galleria. A questi si aggiungono i 15 impiegati dell’ufficio doganale di Rasuwa a Timure, secondo Rajendra Dhungana, capo dell’ufficio doganale.

Novanta italiani nella regione, due coinvolti

Secondo l’ANSA, circa novanta italiani risultano presenti tra Nepal e Tibet sulla base delle registrazioni sul portale “Dove siamo nel mondo“. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, parlando a margine del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, ha precisato che gli italiani coinvolti nell’alluvione “sono due e stanno bene”: “Siamo in contatto con loro e con le loro famiglie. Seguiamo il percorso perché possano rientrare in Italia nel modo migliore possibile. Ma, insomma, non ci risulta che ci siano problemi per altri italiani”, ha detto. L’Unità di crisi della Farnesina è in contatto con il consolato generale a Kolkata, il consolato onorario a Kathmandu e l’ambasciata a Pechino per verificare l’eventuale coinvolgimento di ulteriori connazionali.

I soccorsi, tra elicotteri ed emergenza meteo

L’esercito nepalese ha tratto in salvo 88 persone, ha dichiarato il portavoce Rajaram Basnet: tredici sono state ricoverate all’ospedale universitario Tribhuvan di Kathmandu, le altre trasferite in luoghi sicuri o assistite nel campo di Trishuli. Dodici elicotteri, quattro militari e gli altri privati, sono impegnati nelle operazioni: secondo il centro di coordinamento dei soccorsi dell’aeroporto di Tribhuvan, sono stati effettuati 29 voli privati e sei militari verso le zone alluvionate, di cui 23 privati e due militari sono rientrati con feriti a bordo.

Un rischio che si ripete sullo stesso versante

Quello che rende la vicenda ancora più pesante è la sua ripetizione: la stessa area del confine nepalo-cinese aveva già ceduto un anno fa, con un bilancio di 18 morti dopo il crollo di un ghiacciaio sul versante cinese. Rasuwa si trova lungo una delle principali vie commerciali tra Nepal e Cina, oggi interrotta insieme a energia elettrica e telecomunicazioni: la stessa geografia che rende quella valle strategica per gli scambi la espone, ogni volta che il ghiaccio a monte cede, a un’onda che arriva senza preavviso.

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