Gloria Steinem aveva capito una cosa molto prima che diventassero di moda le parole empowerment, self care e crescita personale: non nasciamo insicure, ma veniamo educate a diventarlo. A dubitare di noi stesse, a chiedere scusa prima ancora di parlare, a sentirci troppo rumorose, troppo ambiziose, troppo arrabbiate, troppo vecchie, troppo giovani. A fare un passo indietro mentre agli uomini viene insegnato, più semplicemente, a occupare spazio.
Non a caso uno dei suoi libri più belli, Revolution from Within, pubblicato in Italia anche come Autostima. La rivoluzione parte da te, partiva proprio da lì: dall’idea che persino il modo in cui guardiamo noi stesse abbia una storia politica. Gloria Steinem è morta nella sua casa di New York, circondata dalle persone che amava. Aveva 92 anni.
Leggi anche: Cos’è il 4B Movement, il movimento femminista radicale che si sta diffondendo sui social dopo l’elezione di Trump
Giornalista, scrittrice, femminista: definirla soltanto un’icona sarebbe quasi riduttivo. Steinem è stata soprattutto una donna capace di trasformare esperienze considerate private in questioni collettive.
Gloria Steinem e la rivoluzione di raccontarsi
Nata nel 1934 a Toledo, in Ohio, conobbe presto la precarietà e la fragilità. Durante l’infanzia viaggiò a lungo con la famiglia, mentre sua madre Ruth attraversava gravi problemi di salute mentale, in un’epoca in cui le donne venivano spesso rinchiuse dentro diagnosi, silenzi e dipendenze economiche.
Anni dopo, Steinem avrebbe riconosciuto anche in quella storia familiare qualcosa di profondamente politico: quanto la vita delle donne possa essere determinata dalle possibilità che una società concede loro – o decide di negare.
Dopo gli studi e un periodo trascorso in India, tornò negli Stati Uniti con l’intenzione di fare la giornalista. Ma era una donna, motivo per cui le venivano affidati soprattutto articoli di moda, costume, celebrità e viaggi, mentre i temi considerati meno “frivoli” restavano saldamente nelle mani degli uomini.
Lei non si adeguò e nel 1963 cominciò a lavorare sotto copertura come coniglietta in un Playboy Club di New York per raccontare le condizioni delle giovani donne impiegate nei locali. Fu uno dei reportage che la resero famosa, anche se per anni quella notorietà rischiò paradossalmente di imprigionarla nello stesso stereotipo che aveva cercato di denunciare.
La svolta decisiva arrivò nel 1969, quando partecipò a un incontro pubblico sull’aborto e ascoltò donne raccontare ciò che normalmente veniva confinato nella vergogna e nella clandestinità. Anche lei aveva abortito, nel 1957, a Londra, quando l’interruzione di gravidanza era ancora illegale. Aveva 22 anni.
Il diritto all’aborto
Per decenni Steinem avrebbe difeso il diritto all’aborto con una consapevolezza semplicissima e ancora terribilmente attuale: non può esserci libertà delle donne senza libertà sul proprio corpo.
Quando nel 1972 uscì il primo numero ufficiale di Ms. Magazine, la rivista femminista che aveva contribuito a fondare, tra le sue pagine comparve un testo destinato a diventare storico: We Have Had Abortions, “Noi abbiamo abortito”. Più di cinquanta donne dichiaravano pubblicamente di aver interrotto una gravidanza.
Fu un gesto enorme, segno che quando una società costruisce la vergogna attorno a qualcosa, raccontarlo ad alta voce diventa già una forma di disobbedienza.
Ms. Magazine e tutte le storie che nessuno voleva pubblicare
Col magazine, Steinem contribuì a cambiare anche il giornalismo. La rivista parlava apertamente di aborto, discriminazioni sul lavoro, violenza domestica, molestie sessuali, disparità salariale, cura dei figli. Temi che allora venivano liquidati come questioni private, faccende domestiche, problemi “da donne”. Ma lei dimostrò che anche il personale era politico, che una donna picchiata dal marito non aveva semplicemente “un matrimonio difficile”, che guadagnare meno di un collega uomo non era una sfortunata coincidenza e che occuparsi da sole dei figli non era una naturale predisposizione femminile.
Dietro milioni di esperienze individuali c’erano strutture sociali, economiche e culturali e chiamarle con il loro nome significava cominciare a cambiarle.
Steinem ha trascorso una vita intera cercando di costruire reti. Tavoli. Conversazioni. Gruppi. I suoi Talking Circles, che continuarono a riunirsi persino nel salotto della sua casa di New York, erano basati sull’ascolto reciproco.
La sua Fondazione, annunciandone la morte, ha ricordato proprio questa capacità: fare sentire le persone viste e ascoltate. E in un mondo che continua a insegnarci a competere tra donne, a confrontare corpi, carriere, maternità, età e successi, decidere di ascoltarci resta un gesto profondamente rivoluzionario.