Un’operazione senza precedenti ha segnato il definitivo epilogo di una storia durata oltre sessant’anni. Il trasferimento degli ultimi sei esemplari rimasti nel parco marino di Marineland, a Niagara Falls, sancisce ufficialmente la fine della presenza di cetacei in cattività sul suolo canadese. In un lasso di tempo di circa cinque-sei settimane, 30 beluga e quattro delfini tursiopi sono stati evacuati attraverso sei trasporti coordinati via terra e via aria, impiegando anche velivoli come il Boeing 777.
Il maxi intervento di soccorso ha evitato la minaccia di soppressione ventilata dalla struttura in seguito alla chiusura definitiva e al divieto governativo di vendita verso la Cina. La redistribuzione ha coinvolto un consorzio di cinque importanti strutture internazionali: lo Shedd Aquarium di Chicago, che oggi conta 17 beluga complessivi compresi i nuovi arrivi Gimli e Yukon, le sedi di SeaWorld a San Antonio e San Diego (con 16 esemplari accolti), il Georgia Aquarium di Atlanta, il Mystic Aquarium e l’Oceanogràfic València in Spagna, polo che ha preso in cura tutti e quattro i delfini.
Dalla svolta legislativa alla morte della beluga Peekachu
La spinta decisiva allo svuotamento delle vasche di Niagara Falls è arrivata con l’approvazione nel 2019 dell’Ending the Captivity of Whales and Dolphins Act, il provvedimento legislativo con cui il Parlamento canadese ha messo fuorilegge la detenzione, la riproduzione e lo sfruttamento di balene e delfini negli spettacoli.
Tuttavia il passaggio dall’abbandono della struttura alle nuove vasche si è rivelato un percorso privo di alternative felici e segnato da drammatici imprevisti, come la perdita della beluga ipovedente Peekachu, deceduta improvvisamente a Chicago poco dopo il trasporto. La veterinaria capo Karisa Tang dello Shedd Aquarium ha rimarcato che l’arrivo nei nuovi spazi rappresenta solo l’inizio di un delicato processo di monitoraggio. Per preservare l’equilibrio dei cetacei, i trasferimenti sono stati effettuati dividendo le balene in sotto-gruppi volti a proteggere i legami sociali già instaurati, nel tentativo di ridurre lo stress da adattamento.
Il paradosso di un salvataggio che rinnova la prigionia
Nonostante l’impegno profuso dalle équipe veterinarie, l’operazione lascia aperto un profondo dilemma etico e biologico. Un esemplare nato o cresciuto in vasca non possiede le competenze necessarie per cacciare, orientarsi o integrarsi nei banchi selvatici dell’Oceano Artico. Per questo una liberazione diretta in natura non è possibile e ne decreterebbe la morte immediata.
L’assenza di santuari marini operativi e protetti costringe le istituzioni a spostare semplicemente gli animali da una struttura all’altra. Gli esemplari sottratti al parco canadese si trovano ora in acquari statunitensi ed europei dove, pur ricevendo cure adeguate, continueranno a vivere tra pareti di cemento. Il caso canadese dimostra che vietare i delfinari è un passo fondamentale, ma la vera sfida consiste nel costruire spazi alternativi affinché il salvataggio non si risolva nell’ennesimo trasferimento di una prigionia a vita.