Generazione YOLO: chi sono i giovani che mollano tutto perché “si vive una volta sola”

Per molti millennial questo momento è arrivato proprio nel lockdown, magari dopo l’ennesima giornata trascorsa piegati sul portatile, una riunione su Zoom dietro l’altra, il confine tra casa e ufficio ormai completamente evaporato e quella strana sensazione di stare lavorando sempre, anche quando il computer era spento.

Negli Stati Uniti il New York Times aveva dato un nome a quello che stava succedendo: YOLO Economy, da You Only Live Once, “si vive una volta sola”.

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Un’espressione diventata quasi il manifesto di una generazione di lavoratori e lavoratrici che, dopo aver attraversato una crisi sanitaria globale, ha cominciato a mettere in discussione una delle convinzioni più radicate della nostra cultura: che il lavoro debba necessariamente venire prima di tutto il resto.

E così c’è chi ha lasciato un impiego prestigioso e ben pagato per aprire una piccola attività, chi ha trasformato una passione coltivata la sera in un lavoro a tempo pieno, chi finalmente ha iniziato quel progetto rimandato da anni. E poi ci sono quelli che hanno detto semplicemente no al ritorno obbligatorio in ufficio: se posso lavorare bene da casa, perché devo passare ore nel traffico soltanto per sedermi davanti a un altro computer?

Più che una fuga dal lavoro, insomma, sembra una fuga da un certo modo di intenderlo, il lavoro.

“La pandemia ha cambiato le mie priorità”

Nel racconto del New York Times torna continuamente la stessa frase, pronunciata in modi diversi da persone diverse: la pandemia ha cambiato le mie priorità e ho capito che non ero obbligato a vivere così. Ed è forse qui che si trova il cuore della YOLO Generation.

Per anni ci siamo sentiti dire che bisognava essere produttivi, competitivi, disponibili. Che per “fare carriera” fosse normale rispondere a una mail la sera, lavorare nel weekend, cambiare città, rimandare una famiglia, accettare stage malpagati e sorridere comunque perché “bisogna fare esperienza”.

Poi è arrivata una pandemia e, brutalmente, ha ricordato a tutti una cosa elementare: il tempo non è infinito. Per una parte dei lavoratori americani, soprattutto quelli con competenze molto richieste e qualche risparmio alle spalle, quella consapevolezza si è trasformata nella disponibilità a rischiare. Non tutti, ovviamente, possono permetterselo. Lasciare un lavoro senza averne un altro è anche un privilegio economico e sarebbe ingenuo raccontare questa storia come una semplice rivoluzione romantica.

Ma qualcosa, nel rapporto tra persone e lavoro, si è comunque incrinato e i giovani erano già stanchi prima della pandemia.

In Italia il discorso è ancora più complicato, perché la generazione che oggi dovrebbe costruirsi un futuro è anche quella che da anni entra nel mercato del lavoro più tardi, guadagna meno delle generazioni precedenti e spesso vive dentro una precarietà diventata quasi strutturale. Contratti a termine, tirocini non pagati, stipendi che non bastano per lasciare la casa dei genitori, affitti insostenibili nelle grandi città, mutui irraggiungibili.

La pandemia non ha inventato questa fragilità, ma l’ha resa impossibile da ignorare e ad aver pagato un prezzo particolarmente alto sono stati ancora una volta i giovani e le donne, spesso impiegati nei settori più colpiti dalle chiusure e allo stesso tempo gravati da un lavoro di cura che continua a essere distribuito in modo profondamente diseguale.

E la Generazione Z?

Se i millennial hanno cominciato a scendere dalla ruota del criceto, la Generazione Z ci è salita quando girava già velocissimo. Per tanti ragazzi e ragazze la pandemia è coincisa con il primo ingresso nel mondo del lavoro: onboarding (ultima fase del processo di assunzione) davanti a uno schermo, colleghi mai incontrati di persona, difficoltà a creare relazioni professionali, paura di intervenire durante call affollate e nessuna vera separazione tra lavoro e vita privata.

Sono stati proprio i più giovani, secondo diverse analisi di quegli anni, a mostrare maggiori segnali di difficoltà, isolamento e burnout.  Abbiamo costruito per decenni un mondo del lavoro fondato sull’idea che ogni nuova generazione avrebbe dovuto adattarsi alle regole stabilite da quella precedente. Poi sono arrivati i più giovani e hanno cominciato a chiedere perché. Perché cinque giorni in ufficio se il lavoro può essere organizzato diversamente? Perché essere reperibili sempre? Perché una promozione dovrebbe valere più del tempo libero?

Non è “non avere voglia di lavorare”

C’è una narrazione particolarmente fastidiosa che accompagna quasi ogni discussione sulle nuove generazioni: i giovani non avrebbero più voglia di fare sacrifici. Ma ci siamo mai chiesti se si tratta di questo davvero? Una generazione che passa da uno stage a un contratto precario, fa lavori paralleli per integrare lo stipendio, risponde alle mail dal telefono e intanto cerca di costruirsi una vita non ha necessariamente paura della fatica.

La YOLO Economy, con tutte le sue contraddizioni, ci ha lasciato soprattutto una domanda che non riguarda soltanto millennial o Gen Z. Che cosa vogliamo dal lavoro? Un titolo prestigioso? Più soldi? Sicurezza? Libertà? Tempo? La possibilità di vivere vicino alle persone che amiamo?

Per decenni siamo partiti dal presupposto che fosse la nostra vita a doversi adattare al lavoro e, forse, adesso qualcuno sta provando a rovesciare l’equazione tentando di smettere di pensare che essere sempre stanchi sia normale, che il burnout sia il prezzo dell’ambizione e che tutta la vita debba essere organizzata attorno a una carriera.

In fondo YOLO significa proprio questo: si vive una volta sola.

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