Social e tecnologie digitali come stanno influendo sulla salute mentale degli italiani? Il quadro Eurispes non è affatto incoraggiante

Prima ancora di mettere i piedi fuori dal letto, più di un italiano su due ha già controllato le notifiche. Il 51,3% lo fa appena sveglio e la stessa percentuale torna sul telefono durante la giornata anche quando nessun avviso ha chiamato. Il 66,7% usa lo smartphone a letto, prima di dormire o al risveglio; il 55% se lo porta in bagno, il 49,7% lo consulta quando esce con gli amici. Il telefono, ormai, ha ottenuto libero accesso praticamente ovunque.

È uno dei risultati della nuova indagine Eurispes su tecnologie digitali e salute mentale, pubblicata il 1° settembre 2026. Indagine Eurispes “Tecnologie digitali e salute mentale” Lo studio fotografa abitudini, percezioni, difficoltà di autoregolazione, rapporto con i social, tecnostress e strategie messe in campo per difendere un po’ di spazio offline. La sintesi allegata concentra l’attenzione proprio su tre aspetti: scrolling passivo, confronto sociale e scarso ricorso agli strumenti di autoregolazione.

Lo smartphone è utilizzato regolarmente dal 94,3% degli intervistati. Nei giorni feriali il 24,1% supera le tre ore di utilizzo per svago; tra i 18-24enni la quota sale al 52,4% e arriva al 60,5% durante i giorni festivi. Sono dati dichiarati dagli intervistati, quindi raccontano comportamenti e percezioni riferite, senza misurare una diagnosi di dipendenza digitale.

Scrolliamo anche quando non abbiamo niente da dire

Sul digitale facciamo molte cose utili: il 76% lo usa per informarsi, il 73,2% per mantenere relazioni, il 61,9% per lavoro o studio. Il 53,6% lo considera anche un modo per rilassarsi. Poi c’è quella particolare attività nella quale basta un pollice.

Il 79,8% scorre feed e contenuti senza interagire almeno qualche volta e il 78,3% guarda profili e attività altrui senza intervenire. Tra i 18-24enni lo scrolling passivo arriva al 96,5%, mentre il 98,8% osserva i profili degli altri senza interazione. Questo convive con una partecipazione altrettanto intensa: nella stessa fascia d’età il 97,7% pubblica contenuti e utilizza le chat private, mentre l’86% commenta i post altrui.

Quindi i ragazzi stanno sui social sia parlando sia guardando. E guardare a lungo significa essere esposti a una successione praticamente infinita di corpi, vacanze, relazioni, carriere, cene, palestre e vite accuratamente selezionate prima di essere consegnate al feed.

L’indagine registra qui uno dei dati più delicati. Tra i 18-24enni il 45,1% dichiara di sentirsi inferiore rispetto alla vita mostrata dagli altri; il 74,4% perde la cognizione del tempo, il 67% si innervosisce se non può collegarsi e il 59,7% sente un bisogno continuo di connessione. Allo stesso tempo, il 53,7% afferma che i social lo fanno sentire meno solo e il 65,8% più libero di esprimersi. La stessa piattaforma può diventare quindi luogo di appartenenza e terreno di confronto sociale, spesso nella stessa serata e sullo stesso schermo.

Eurispes non dimostra che lo scrolling provochi da solo ansia o bassa autostima. Rileva però la compresenza di uso intenso, automatismi, confronto e disagio percepito. Una distinzione importante, perché una correlazione raccolta attraverso un’indagine non permette di stabilire chi abbia acceso per primo il meccanismo.

Per i più giovani il telefono è anche un regolatore delle emozioni

La differenza generazionale si vede bene quando il telefono smette di essere soltanto uno strumento. Tra i 18-24enni il 56,9% attribuisce importanza alla ricerca di approvazione e feedback positivi online, il 67,5% all’espressione della propria identità e il 70,9% alla possibilità di distrarsi dai problemi.

Il 91,9% dei più giovani dichiara inoltre di aver usato almeno qualche volta i social per alleviare emozioni negative. Nella stessa fascia, l’86% controlla il telefono appena sveglio, l’80,3% verifica se ci sono aggiornamenti anche senza aver ricevuto notifiche e il 58,1% interrompe altre attività per guardarlo. Il tentativo di ridurne l’uso senza riuscirci supera il 40% tra i 18 e i 34 anni.

C’è anche l’algoritmo, presenza invisibile che gli utenti più giovani sembrano percepire piuttosto bene. Il 91,9% dei 18-24enni ritiene che le piattaforme gli mostrino contenuti coerenti con i propri interessi e il 60,5% pensa che possano influenzare opinioni o stati d’animo. Nella popolazione complessiva quest’ultima percentuale scende al 29,7%.

La consapevolezza, insomma, c’è. Il problema arriva qualche centimetro più avanti, quando bisogna trasformarla in un telefono lasciato sul tavolo.

Il lavoro finisce, le notifiche molto meno

Il confine si assottiglia anche fuori dai social. Tra chi lavora, il 77,3% controlla email o messaggi professionali fuori dall’orario almeno qualche volta e il 75,2% risponde durante il proprio tempo libero. Il 68,1% lo fa anche durante le ferie.

Quasi tre lavoratori su quattro dichiarano di aver avuto difficoltà a staccare mentalmente dal lavoro e il 37,6% le sperimenta spesso o sempre. Nei sei mesi precedenti l’indagine, il 68,6% ha riferito almeno qualche episodio di stress o affaticamento collegato alle tecnologie professionali, tra mal di testa, stanchezza oculare, ansia e altri disturbi; per il 33,8% succede frequentemente.

Qui il telefono svolge perfettamente il compito per cui è stato costruito: rende raggiungibili. Solo che essere tecnicamente raggiungibili alle 22:47 non significa necessariamente dover rispondere alle 22:48.

Sappiamo di esagerare, molto meno spesso facciamo qualcosa

L’aspetto forse più curioso dell’indagine sta nella distanza tra percezione e comportamento. L’88,8% non controlla con precisione quanto tempo trascorre online: l’11,2% utilizza regolarmente gli strumenti di monitoraggio, il 52,9% procede a occhio e il 35,9% semplicemente non sa quantificarlo.

Ancora più ristretto è il gruppo che prova a intervenire: solo il 12,7% ha adottato almeno una strategia di autoregolazione. Un altro 30,4% ammette di non farlo pur pensando che dovrebbe. Tra chi ha già provato, le soluzioni più comuni sono molto meno esotiche di una settimana in una baita senza Wi-Fi: il 27,9% ha disattivato le notifiche, il 27% usa timer o limiti alle applicazioni e il 16,7% stabilisce pasti o altri momenti senza dispositivi.

E sembrano funzionare almeno secondo chi le utilizza: il 36,3% dice di aver raggiunto i propri obiettivi e il 44,4% di esserci riuscito almeno in parte. Le applicazioni dedicate al “benessere digitale”, invece, rimangono marginali. Curiosamente, per allontanarsi dal telefono non sembra indispensabile scaricare un’altra app sul telefono.

Eurispes conclude spostando una parte della responsabilità anche sulle piattaforme: feed infiniti, notifiche, raccomandazioni personalizzate e metriche di approvazione sono costruiti per prolungare il coinvolgimento degli utenti. La risposta proposta passa quindi anche da maggiore trasparenza degli algoritmi, tutele per i minori e strumenti di controllo più semplici.

La sintesi pubblica dell’indagine non riporta la numerosità del campione né i dettagli completi del disegno campionario, elementi necessari per misurare fino in fondo la portata statistica dei risultati. Offre però una fotografia piuttosto concreta dei comportamenti dichiarati. Il telefono è nel letto, sulla tavola, durante una passeggiata, in ferie e spesso nella prima manciata di secondi dopo la sveglia. Riprendersi qualche centimetro di giornata, a quanto pare, può iniziare da una cosa molto poco tecnologica: non rispondere a ogni vibrazione come se fosse una sirena antiaerea.

Fonte: Eurispes

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