Il numero è ancora lì. Magari c’è anche la chat, sepolta sotto anni di gruppi WhatsApp, auguri automatici e conversazioni dimenticate. Basterebbe scrivere “Ciao, come stai?”. Eppure il messaggio rimane nella testa, mentre il telefono resta sul tavolo. Ricontattare un vecchio amico può metterci a disagio quasi quanto rivolgere la parola a uno sconosciuto.
A mostrarlo è una serie di sette studi pubblicata nel 2024 su Communications Psychology da Lara Aknin, della Simon Fraser University, e Gillian Sandstrom, dell’Università del Sussex. Complessivamente hanno coinvolto più di 2.400 persone e sono partiti da una situazione molto comune: avere qualcuno a cui abbiamo voluto bene, averlo perso di vista e continuare comunque a pensare che sarebbe piacevole risentirlo. Quando dall’intenzione si passa al dito sulla tastiera, però, succede qualcosa.
Il vecchio amico comincia ad assomigliare a uno sconosciuto
In due degli esperimenti i ricercatori hanno reso il compito quasi ridicolmente facile. Hanno selezionato persone che volevano già riallacciare i rapporti, avevano a disposizione il contatto dell’amico e pensavano che quest’ultimo sarebbe stato contento di sentirle. Poi hanno dato loro il tempo necessario per preparare e inviare un messaggio. Meno di una persona su tre lo ha fatto.
Tra le paure emerse c’erano il timore di disturbare, quello di scoprire che l’altra persona non fosse interessata e l’imbarazzo di dover riempire anni di silenzio con una prima frase. Quel vecchio compagno di scuola con cui una volta si parlava per ore può essere ancora familiare nella memoria e, contemporaneamente, diventato quasi estraneo nella vita quotidiana.
La ricerca ha provato a misurare proprio questo passaggio. In uno studio con 288 partecipanti, la disponibilità a contattare un vecchio amico è risultata simile a quella mostrata verso alcune attività poco invitanti, compreso iniziare una conversazione con uno sconosciuto. In un altro esperimento, più il vecchio amico veniva percepito come ormai distante e poco familiare, minore era la voglia di scrivergli.
Il tempo, insomma, può fare una cosa piuttosto bizzarra: lasciarci intatto l’affetto e portarci via la confidenza necessaria per usarlo.
Chi riceve quel messaggio potrebbe apprezzarlo più di quanto immaginiamo
C’è poi un errore di previsione che complica ulteriormente le cose. Nel 2023 Peggy Liu, SoYon Rim, Lauren Min e Kate Min hanno pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology una serie di 13 esperimenti con oltre 5.900 partecipanti.
Il risultato si è ripetuto in contesti diversi: chi decideva di ricontattare qualcuno tendeva a sottovalutare quanto il gesto sarebbe stato apprezzato da chi lo riceveva. Succedeva con un semplice messaggio e persino quando al contatto veniva aggiunto un piccolo regalo.
Una parte della differenza sembra legata alla sorpresa. Chi invia pensa soprattutto al proprio gesto e alle possibili conseguenze imbarazzanti. Chi riceve si trova invece davanti una persona che, dopo mesi o anni, si è ricordata di lui. E quella sorpresa pesa nella valutazione positiva del contatto.
L’effetto risultava addirittura maggiore quando il messaggio arrivava da rapporti socialmente più distanti. Proprio quando pensiamo che scrivere possa sembrare strano, quindi, potremmo essere particolarmente scarsi nel prevedere la reazione dell’altra persona. Sapere tutto questo, però, non basta necessariamente a farci premere “Invia”.
Per sbloccarsi ha funzionato meglio mandare prima un altro messaggio
Aknin e Sandstrom hanno provato diversi modi per convincere i partecipanti a ricontattare qualcuno. Spiegare i possibili benefici, modificare il modo di presentare la decisione o rassicurarli sulle conseguenze ha prodotto risultati modesti. Poi hanno cambiato approccio.
A un gruppo di partecipanti è stato chiesto di dedicare tre minuti a scrivere prima ad amici e conoscenti con cui erano già normalmente in contatto. Una specie di riscaldamento sociale. Solo dopo è arrivata la possibilità di scrivere al vecchio amico.
Nel gruppo di controllo lo ha fatto circa un terzo delle persone. Dopo il breve “riscaldamento”, la quota è salita intorno alla metà: un aumento relativo di circa due terzi. Gli autori ipotizzano che compiere prima un gesto sociale facile abbia reso meno enorme quello successivo. È una soluzione quasi irritante per semplicità. Nessuna grande analisi della propria adolescenza, nessun messaggio perfetto da limare per quarantacinque minuti. Prima si scrive a qualcuno con cui siamo già a nostro agio. Poi, magari, si apre quella chat ferma dal 2019.
Una ricerca pubblicata su Collabra: Psychology ha aggiunto un altro dettaglio. Analizzando 863 messaggi preparati per vecchi amici e studiando poi personalità, soddisfazione nelle amicizie e altre caratteristiche individuali, i ricercatori hanno trovato pochi elementi capaci di prevedere chi avrebbe davvero inviato il messaggio. Nemmeno i tratti di personalità più ovvi offrivano una spiegazione robusta. L’esitazione sembra quindi molto meno una faccenda da “persone timide” di quanto sarebbe comodo pensare.
Questi studi parlano di amicizie sfumate, non di rapporti che ci hanno fatto male
C’è però un confine importante. In diversi esperimenti i partecipanti dovevano pensare a qualcuno con cui avevano perso i contatti senza una ragione particolare, che avrebbero voluto risentire e che ritenevano disposto ad accogliere il messaggio.
Sono condizioni molto diverse da un’amicizia finita con un tradimento, una lunga serie di conflitti, comportamenti aggressivi o un rapporto dal quale qualcuno ha scelto consapevolmente di allontanarsi. I risultati non dicono che riaprire qualsiasi porta sia una buona idea e neppure che dall’altra parte ci aspetti necessariamente la stessa persona lasciata dieci anni prima.
Anche i campioni degli studi sono concentrati soprattutto tra Canada, Stati Uniti e Regno Unito e comprendono partecipanti universitari e reclutati online. Sono esperimenti sul comportamento sociale, non una legge universale sulle reunion tra compagni delle medie.
Dicono però qualcosa di molto concreto sulle amicizie semplicemente scolorite dal tempo. Possiamo desiderare di recuperarle, credere che l’altro sarebbe contento e avere già il suo numero sotto gli occhi. E continuare ugualmente a rimandare. A volte tra due persone che si sono perse di vista non ci sono vecchie ferite da riaprire. Ci sono tre puntini mai comparsi sullo schermo. E una frase banalissima che nessuno dei due ha ancora deciso di scrivere.