La Chiesa cattolica chiama il danno ambientale con il suo nome teologico: peccato. Lo stabilisce il documento “Prendersi cura della nostra Casa comune: risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario“, elaborato dalla Commissione teologica internazionale (CTI) e approvato a maggioranza dai suoi membri lo scorso 23 luglio al termine di un lavoro d’analisi svolto tra il 2022 e il 2025: la tutela dell’ambiente diventa un imperativo teologico, e il suo degrado un vero e proprio “peccato contro il Creato e contro il Creatore”. Il cardinale Víctor Manuel Fernández, presidente della Commissione e prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha presentato il testo a Papa Leone XIV il 28 luglio e ne ha autorizzato la pubblicazione il 21 agosto, avvenuta poi il 2 settembre.
La posizione del Vaticano punta a scuotere le coscienze individuali e le politiche internazionali, inserendosi nel solco già tracciato dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. La Commissione precisa fin dall’inizio di non voler offrire risposte tecniche ai problemi ambientali, definite complesse e necessariamente interdisciplinari, ma di voler fornire una visione capace di ispirare la cultura e la spiritualità, approfondendo aspetti teologici rimasti finora marginali. Il documento si articola in tre capitoli: il primo affronta la Casa comune come opera del Dio trinitario, in dialogo con alcune concezioni scientifiche e filosofiche del cosmo; il secondo analizza il posto dell’essere umano nella creazione e il deterioramento ambientale; il terzo propone principi teologici ed etici per la sua cura, includendo il possibile contributo di altre tradizioni religiose.
Dati allarmanti e l’impatto sui più deboli
Nel testo, la Commissione teologica mette in fila i fattori critici dell’attuale crisi sistemica: l’inquinamento dell’aria, il progressivo deterioramento delle risorse idriche e il dissolversi della biodiversità. Quest’ultima, si legge nel documento, “non è un lusso esotico”, ma rappresenta una componente fondamentale per la sicurezza alimentare globale. A questo quadro si aggiungono le guerre, definite acceleratori “brutali” di distruzione ambientale. Il documento riprende in proposito un intervento di Leone XIV su situazioni in cui la natura viene ridotta a strumento di scambio o a bene utilizzato per ottenere vantaggi economici e politici, citando come esempi i campi agricoli e le foreste minati, le strategie di terra bruciata e i conflitti attorno alle fonti d’acqua.
Il costo più alto di questa devastazione ricade sui Paesi e sui gruppi sociali più fragili. Il documento richiama il principio della destinazione universale dei beni, ricordando che per la tradizione cristiana la proprietà privata non costituisce un diritto assoluto e che le risorse del pianeta devono essere preservate anche per chi verrà dopo di noi. Sul piano internazionale, la Commissione sostiene che le politiche ambientali più esigenti debbano applicarsi con maggior rigore verso chi ha danneggiato di più, storicamente o nel presente, la Casa comune, e mette in guardia dal rischio che i Paesi ricchi scarichino oneri insostenibili su quelli più poveri, pur continuando a mantenere livelli di consumo che contribuiscono al deterioramento ambientale.
Il peccato contro il Creato
Tra gli elementi di maggiore novità figura la scelta del linguaggio. La Commissione ripercorre i precedenti magisteriali sul tema: Giovanni Paolo II aveva già parlato di “grave peccato contro l’ambiente naturale”, mentre Francesco aveva introdotto la formula “peccato ecologico”, ripresa poi dal documento finale del Sinodo per l’Amazzonia come azione o omissione contro Dio, il prossimo, la comunità e l’ambiente. La CTI ritiene ora quella formula insufficiente a rendere esplicita la dimensione propriamente teologica della questione, e sceglie di parlare piuttosto di peccato contro il creato e contro il Creatore, preferendo un lessico chiaramente teologico a categorie di altra origine come quella di “ecocidio”. Una scelta mirata a definire con più precisione la responsabilità umana di fronte alla distruzione delle risorse naturali, legandola non solo alle conseguenze ambientali ma al mandato ricevuto da Dio di custodire il creato.
Come spiega Monsignor Piero Coda, segretario della Commissione teologica internazionale: “È di particolare rilievo la proposta di intendere il peccato contro l’ambiente in modo analogo a come si sono progressivamente consolidate le nozioni di peccato sociale e di strutture di peccato, vale a dire come peccato contro il creato e contro il Creatore che ci ha consegnato il mandato e l’incarico di custodire, e persino di perfezionare la Casa comune”.
Monsignor Coda evidenzia inoltre come il testo delinei “la proposta affidabile e attualissima di un’antropologia integrale” capace di superare sia «l’antropocentrismo predatorio” sia il “biocentrismo radicale”. Il documento respinge infatti due estremi ritenuti incompatibili con l’antropologia cristiana: da un lato l’antropocentrismo predatorio, che considera l’uomo padrone assoluto del creato e genera dinamiche di sfruttamento; dall’altro le forme più radicali di biocentrismo ed ecocentrismo, che equiparano l’essere umano alle altre forme di vita senza riconoscerne il valore differenziato, fino a mettere in discussione, nelle loro conseguenze più estreme, il diritto a un uso ragionevole e regolato delle risorse naturali da parte dell’uomo. La Commissione avverte anche del rischio che un’assolutizzazione della natura apra la strada a una nuova forma di panteismo venato di neopaganesimo, e ribadisce che la vita umana possiede un valore sacro, in quanto dono divino e via di comunione con Dio: da questo deriva un diritto incondizionato e inalienabile alla vita, che gli Stati e tutti gli attori morali sono chiamati a proteggere.
Una conversione culturale ed economica
Il documento sottolinea come le risposte tecniche, dalle transizioni energetiche alla revisione dei modelli di produzione, consumo e trasporto, siano indispensabili ma insufficienti se slegate da una conversione dei valori culturali. La Commissione individua nel “paradigma tecnocratico” una delle cause della crisi ecologica, senza tuttavia condannare la tecnologia in sé: la considera invece uno strumento che accompagna l’umanità fin dalle origini e che può essere messo al servizio del bene comune, se orientato al rispetto dell’ambiente. Allo stesso modo, l’attuale assetto economico globale viene presentato non come un esito inevitabile, ma come il risultato di scelte umane modificabili.
Sostenibilità, ascesi e moderazione vengono indicate come metriche necessarie per riorganizzare il modello economico globale, specialmente all’interno delle nazioni ad alto reddito. Il digiuno e la pratica ascetica sono proposti come gesti capaci di esprimere insieme il limite dell’uomo davanti a Dio, la solidarietà con le generazioni future e la capacità di orientare i propri desideri verso valori scelti liberamente. La Commissione richiama anche l’istituzione biblica del giubileo, con la restituzione delle terre e il loro riposo periodico, per collegare misericordia, giustizia sociale e cura della terra. Il testo si chiude aprendo alla collaborazione interreligiosa: pur riconoscendo differenze tra le tradizioni, la CTI individua elementi condivisi, l’interconnessione di tutto ciò che esiste, il dovere di rispetto verso gli esseri viventi, la responsabilità particolare dell’uomo nella custodia del mondo, compatibili, nel loro nucleo etico, con la visione cristiana.