In Perù hanno rimesso in funzione i waru waru inca: 3.000 anni dopo aiutano ancora le patate contro il clima estremo

Hanno rialzato la terra, scavato di nuovo i canali e rimesso le patate dove questo sistema le aveva protette per secoli. Ad Acora, nel dipartimento peruviano di Puno, sulle pianure dell’altopiano che circondano il lago Titicaca, le comunità aymara hanno recuperato cinque waru waru. La prima campagna agricola 2025-2026 è già arrivata al raccolto: patate native da mangiare, conservare come seme, trasformare in chuño e tunta e, quando avanzano, vendere.

Il progetto condotto nell’ultimo anno da World Monuments Fund Perú insieme all’Asociación Aymara Suma Yapu ha riportato in produzione una tecnologia agricola che la FAO fa risalire a circa 3.000 anni fa. Più che un reperto archeologico, è un sistema idraulico ancora perfettamente comprensibile: campi rialzati, acqua intorno, gravità e una conoscenza molto precisa del clima locale.

Il campo si alza, l’acqua resta nei canali

Un waru waru assomiglia a una grande aiuola agricola sollevata rispetto al terreno circostante. Tra una piattaforma e l’altra corrono canali capaci di raccogliere e distribuire l’acqua. Una geometria semplice che, vista dall’alto, può creare disegni spettacolari e che sul terreno svolge parecchio lavoro sporco: drena quando l’acqua è troppa, conserva umidità quando manca e modifica il microclima intorno alle colture. La stessa municipalità di Acora descrive questi campi come una forma tradizionale di adattamento alle pianure alluvionali del Titicaca.

C’è poi una specie di riscaldamento passivo incorporato nel paesaggio. Durante il giorno l’acqua nei canali assorbe calore; quando la temperatura precipita durante la notte, ne restituisce una parte, contribuendo a smorzare il gelo intorno alle piante. È un meccanismo documentato dalla FAO nei sistemi agricoli andini. Ad Acora siamo oltre i 3.800 metri di quota, dove siccità, gelate e forti escursioni termiche non sono precisamente inconvenienti marginali.

Anche il fango ha il suo mestiere. Sedimenti, alghe e materia organica si accumulano sul fondo dei canali e possono essere recuperati e riportati sui campi come materiale ricco di nutrienti. Acqua, terra e residui tornano così nello stesso ciclo produttivo senza bisogno di trasformare il paesaggio in una macchina particolarmente complicata. La sofisticazione, qui, sta tutta nel sapere dove scavare e come gestire ciò che c’è già.

Le patate raccolte diventano cibo, semi e scorta per i mesi difficili

Durante il primo ciclo dei cinque waru waru recuperati, le comunità hanno puntato soprattutto sulle patate native. Una parte del raccolto è rimasta alle famiglie e una parte è stata conservata per le semine successive. Altri tuberi sono diventati chuño e tunta, due sistemi tradizionali di conservazione che sfruttano proprio il freddo dell’altopiano. Il chuño è ottenuto disidratando le patate attraverso gelo e asciugatura; la tunta, di colore chiaro, prevede anche ripetuti congelamenti e permanenza in acqua corrente prima dell’essiccazione.

Il vantaggio è molto concreto: una parte del raccolto può essere conservata molto più a lungo rispetto alla patata fresca. E quello che supera i bisogni delle famiglie entra nel mercato locale, trasformando il recupero del waru waru anche in una piccola fonte di reddito. Alla fine di agosto, circa quattro tonnellate di patate native coltivate nei campi recuperati sono state portate a Lima da rappresentanti di quattro comunità di Acora per essere vendute, scambiate e utilizzate in degustazioni.

Il lavoro riguarda anche ciò che rischia di scomparire molto prima dei campi: la diversità delle sementi. Il Centro Internacional de la Papa (CIP) e MATER partecipano allo studio delle varietà di patate native coltivate dalle comunità, mettendo insieme conservazione genetica, conoscenze agricole e utilizzi alimentari. Nel territorio del Titicaca la diversità della patata è una faccenda tutt’altro che ornamentale: significa avere varietà con caratteristiche differenti davanti a freddo, siccità, suoli e tempi di maturazione diversi.

Il cambiamento climatico ha rimesso un sistema antico nell’elenco delle soluzioni utili

Nel 2025 i campi waru waru di Puno sono entrati nel World Monuments Watch, insieme a 24 altri luoghi culturali considerati vulnerabili o particolarmente importanti per le comunità che li custodiscono. La candidatura era stata presentata da Suma Yapu, associazione guidata da donne indigene, insieme alla Direzione decentrata della Cultura di Puno. Il Ministero della Cultura peruviano li ha indicati espressamente come patrimonio capace di contribuire alla resilienza e alla sicurezza alimentare nel contesto della crisi climatica.

Il recupero di Acora si inserisce poi nel programma globale Cultivating Resilience di WMF, dedicato proprio a paesaggi storici che conservano forme tradizionali di adattamento ambientale. Qui il patrimonio culturale ha una caratteristica abbastanza comoda: si può mangiare. E continua a funzionare soltanto finché qualcuno conserva semi, pulisce canali, ricostruisce piattaforme e tramanda il modo corretto di farlo.

I waru waru, infatti, difficilmente possono essere trattati come una tecnologia da esportare in blocco e montare altrove. La FAO sottolinea quanto questi sistemi richiedano conoscenze specifiche, manutenzione e lavoro collettivo. La loro forza nasce proprio dall’adattamento a un territorio preciso e da generazioni di prove fatte sul campo, con pochissimo spazio per il manuale d’istruzioni universale.

Ad Acora, però, cinque di quei campi sono tornati a produrre. Dopo tremila anni di siccità, gelate, abbandoni e ritorni, l’ultima innovazione agricola dell’altopiano peruviano ha ancora canali pieni d’acqua e patate sotto terra. Solo che è parecchio più vecchia di quanto suggerisca la parola “innovazione”.

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