Il Nepal produce lo 0,05% delle emissioni globali di gas serra. Eppure è il sesto Paese al mondo più esposto alla crisi climatica, secondo il Climate Risk Index. Il 26 agosto questo squilibrio si è materializzato in tragedia: una porzione di ghiaccio e roccia si è staccata da un ghiacciaio in alta quota, innescando una frana e un’alluvione lampo tra Tibet e Nepal.
Il bilancio, dopo quasi due settimane di ricerche, è di oltre 1.300 morti accertati e più di 5.500 dispersi. I danni economici potrebbero superare i 5 miliardi di dollari, quasi un decimo del PIL nepalese.
Nepal is among the countries hardest hit by natural disasters. From earthquakes to flash floods, it has been struck again and again. Large stretches of infrastructure have been washed away, and rebuilding will take years. https://t.co/oyo2Z9j30i pic.twitter.com/w5Bw1Hzuj3
— Piyush Rai (@Benarasiyaa) August 26, 2026
Una richiesta senza precedenti
Per la prima volta, uno Stato colpito da un disastro climatico non si limita a chiedere aiuti umanitari, ma reclama un risarcimento economico ai Paesi che inquinano di più. Il Nepal ha inviato una lettera congiunta dei ministeri delle Finanze e dell’Ambiente al Fondo ONU per le perdite e i danni, chiedendo 20 milioni di dollari. Una cifra, ha ammesso lo stesso governo al Guardian, lontanissima dal coprire i danni reali. Secondo Asia News Network, il ministro degli Esteri Shisir Khanal ha chiarito che gli aiuti successivi a un disastro climatico non dovrebbero essere considerati “beneficenza”, ma una “responsabilità morale e legale”.
Chi ha inquinato, chi paga
Cina, Stati Uniti e India, insieme, superano il 50% delle emissioni globali attuali. È il paradosso al centro della giustizia climatica discussa da anni nei negoziati ONU: chi ha contribuito meno al riscaldamento globale ne subisce le conseguenze peggiori, spesso senza le risorse per adattarsi o ricostruire. Khanal ha raccontato al Guardian la scala dell’evento: “Sembrava uno tsunami proveniente dall’Himalaya”, con onde alte fino a 21 metri e detriti a quasi 180 chilometri orari. Ha poi corretto un primo passaggio in cui indicava solo India e Cina come responsabili, chiarendo che la responsabilità riguarda tutti i grandi emettitori, Stati Uniti compresi.
Un fondo nato debole
Lo strumento a cui il Nepal si è rivolto, il fondo Loss and Damage approvato alla COP28 di Dubai nel 2023, resta un cantiere aperto. Le Nazioni Unite hanno ricevuto richieste per 2,8 miliardi di dollari da 119 Paesi, ma hanno raccolto finora circa 400 milioni. Gli Stati Uniti, dopo l’uscita di Donald Trump dall’accordo di Parigi, hanno versato appena 17 milioni di dollari.
L’Himalaya si riscalda quasi il 50% più rapidamente della media globale, secondo dati ONU citati dal Guardian, e nel 2023 le montagne nepalesi avevano già perso circa un terzo del proprio ghiaccio in trent’anni. Per Khanal, l’alluvione di agosto non è un episodio isolato, ma l’anticipazione di uno scenario che riguarderà sempre più comunità povere, in Nepal e altrove. La domanda che il Nepal pone ai grandi inquinatori è semplice: se il conto del riscaldamento globale lo pagano i Paesi che meno lo hanno causato, chi dovrebbe davvero saldarlo?