A Deir al-Balah non ci sono caveau, porte blindate o sistemi sofisticati di conservazione. Ci sono scaffali di fortuna, contenitori di plastica, barili, sacchi e, dentro, qualcosa che oggi a Gaza vale molto più del suo peso: semi.
Semi di grano, orzo, spinaci, fagioli. Varietà palestinesi locali (i semi Baladi), che da generazioni conoscono quella terra, il suo clima. Anche la sua scarsità d’acqua. Semi che possono essere raccolti, conservati e riseminati, stagione dopo stagione. Ed è qui che, nel centro della Striscia di Gaza, che è rinata la Al-Qarara Baladi Seed Bank, la banca comunitaria dei semi distrutta all’inizio del 2024 durante le operazioni militari israeliane.
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L’edificio originario non esiste più. L’area dove sorgeva, vicino ad Al-Qarara e a Khan Younis, è oggi devastata e inaccessibile. Eppure, la banca, in qualche modo, è sopravvissuta.
Che cos’è la Banca dei Semi di Gaza
La storia della banca di Al-Qarara nasce anni prima della guerra, nel 2017, dalla terra e dall’esperienza di Salama Ayesh Muhanna, agronomo oggi settantunenne, e della sua famiglia. Con lui lavora la figlia Hanadi, oggi 38 anni, insieme alla sorella Mona. Prima della distruzione, la famiglia aveva raccolto e organizzato tantissime varietà di sementi locali, i cosiddetti semi Baladi, trasformando l’iniziativa in quella che passerà alla storia come la prima banca comunitaria di questo tipo a Gaza.
Lo scopo era proteggere varietà agricole minacciate dalla progressiva diffusione dei semi importati, dai cambiamenti climatici e dal rischio di scomparsa. Tutte varietà locali preziose perché selezionate nel tempo all’interno di quello specifico territorio, capaci di resistere a condizioni difficili, malattie e infestanti. Ma soprattutto, a differenza di molte sementi commerciali, possono essere riprodotte dagli stessi agricoltori, facendo diventare un seme una autentica forma di autonomia.
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Come funzionava Al-Qarara Seed Bank
Un agricoltore riceveva una piccola quantità di semi all’inizio della stagione e li coltivava. Dopo il raccolto, restituiva alla banca la stessa quantità ricevuta, in quel piccolo meccanismo circolare che permetteva alle varietà locali di moltiplicarsi e di continuare a passare da una famiglia all’altra. Prima della guerra, attraverso questo sistema la banca collaborava con circa 200-252 famiglie agricole.
Poi è arrivato l’ottobre del 2023 e la devastazione ha travolto anche questa rete invisibile fatta di campi, famiglie, semi conservati e raccolti futuri. La banca originaria è stata distrutta e la famiglia Muhanna è stata costretta a sfollare, ma Hanadi, Mona e il padre hanno deciso di non considerare quella distruzione come la fine della loro missione.
Ricominciare a Deir al-Balah
A Deir al-Balah hanno ricominciato quasi da zero e la soluzione è arrivata attraverso un accordo con un proprietario terriero: la famiglia avrebbe fornito semi, lavoro e fertilizzanti, mentre il proprietario avrebbe messo a disposizione acqua e terreno. Quelle coltivazioni non servivano soltanto a produrre qualcosa da mangiare, ma servivano a produrre nuovi semi. A ricostruire, lentamente, varietà dopo varietà, il patrimonio che la banca custodiva prima della distruzione.
In un luogo in cui perfino seminare è diventato difficile e continuare a coltivare può assumere il significato di una resistenza alla cancellazione.
La rinascita della Al-Qarara Seed Bank avviene però dentro una realtà agricola profondamente diversa da quella precedente alla guerra. Prima dell’ottobre 2023, Gaza era autosufficiente per gli ortaggi freschi e riusciva persino a esportarne una parte. Oggi, secondo i dati del Comitato internazionale della Croce, l’agricoltura locale coprirebbe al massimo il 10% del fabbisogno interno di verdura. Gran parte dei terreni agricoli è stata distrutta, resa inutilizzabile oppure si trova oggi in aree sotto controllo militare israeliano. Circa due milioni di persone sono concentrate in una porzione limitata della Striscia e anche i terreni ancora teoricamente coltivabili possono trovarsi vicino alle linee militari.
Secondo le informazioni più recenti, inoltre, lo spostamento verso l’interno dei blocchi che delimitano la cosiddetta Linea Gialla, prevista dagli accordi di cessate il fuoco del 2025, avrebbe reso inaccessibili ulteriori appezzamenti. Per chi coltiva, dunque, non c’è soltanto il problema dell’acqua o dei semi, ma c’è anche quello di poter arrivare fisicamente alla propria terra.
Una goccia d’acqua su una piastra rovente
Osama Al-Mukhalalati, del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che sostiene il progetto, lo ha riassunto con un’immagine durissima: la banca dei semi è “come una goccia d’acqua su una piastra rovente” di fronte alle difficoltà che gli agricoltori di Gaza affrontano oggi.
Ed è vero: una banca di semi non può ricostruire ettari di terreno distrutto e non può certamente far tornare l’acqua nei pozzi. Ma può però fare qualcosa di essenziale: impedire che insieme ai campi scompaiano anche le varietà necessarie a coltivarli in futuro. Il rapporto sulla Al-Qarara Seed Bank racconta che, dopo lo sfollamento, il numero delle famiglie raggiunte dal progetto era già precipitato a 78, proprio a causa della perdita delle terre agricole, della presenza dei campi per sfollati e della grave carenza d’acqua.
Salvare un seme significa immaginare che esista ancora un domani e può sembrare un gesto minuscolo: prendere alcuni semi, metterli in un contenitore. Aspettare una stagione. Seminarli. Raccoglierli di nuovo. Ma ogni banca dei semi nasce da una convinzione radicalmente proiettata nel futuro: qualcuno, prima o poi, avrà ancora una terra in cui piantare quei semi.
Hanadi, suo padre e le persone che lavorano con loro stanno soltanto custodendo la possibilità stessa che l’agricoltura palestinese di Gaza possa ricominciare. E con essa tutta la Palestina.
Il Gaza Urban Agriculture Forum ha sostenuto il progetto acquistando sementi locali e distribuendole anche a donne impegnate nell’agricoltura, mentre sono stati avviati contatti con altre banche dei semi a Hebron e in Egitto.
Fonte: The Guardian
