Fuga di cervelli dall’Italia: abbiamo perso oltre 440mila giovani in 13 anni (e il problema non sono solo gli stipendi)

Sedici miliardi di euro l’anno è il valore del capitale umano che l’Italia forma e poi lascia fruttare altrove, secondo i calcoli del Cnel. Un’emorragia silenziosa che il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ha provato per la prima volta a misurare interpellando direttamente chi l’ha vissuta sulla propria pelle, ossia i giovani che vivono e lavorano allàestero. Il rapporto Giovani Expat. Come farli tornare, realizzato dal Cnel con REF Ricerche e Questlab, ha raccolto oltre 2.500 risposte da italiani tra i 18 e i 34 anni che hanno lasciato il Paese: 1.803 sono state analizzate in questa prima versione dello studio, i cui risultati sono stati anticipati dal presidente Renato Brunetta al Forum The European House-Ambrosetti di Cernobbio.

Chi sono i giovani che se ne vanno

Il campione racconta una fuga di cervelli letterale, non solo metaforica: il 93% degli intervistati ha almeno una laurea, il 45% magistrale, il 22% un master, il 14% una triennale, il 12% addirittura un dottorato. Più della metà, il 58%, ha lasciato l’Italia subito dopo la fine degli studi, senza aver mai lavorato nel proprio Paese. La meta preferita resta l’Europa, con l’87% dei rispondenti che ad oggi vive in un Paese del continente (il 60% nell’Unione europea e il 27% fuori dai confini Ue), mentre l’8,5% ha scelto il Nord America.

Perché si parte, e a quali condizioni si tornerebbe

Le ragioni della partenza coincidono, quasi punto per punto, con le condizioni poste per un eventuale ritorno. A spingere i giovani italiani oltreconfine sono soprattutto gli stipendi, giudicati troppo bassi da quattro rispondenti su cinque, insieme a una cultura del lavoro percepita come arretrata e a competenze che in Italia faticano a trovare riconoscimento. Il 49% cita la lentezza della burocrazia, il 48% il peso di clientelismo e raccomandazioni, quota che sale sensibilmente tra chi è partito dal Mezzogiorno. Specularmente, un aumento consistente delle retribuzioni è la condizione più citata per il rientro: la ritiene estremamente rilevante l’83% degli intervistati. Sommando i diversi livelli di importanza, le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo arrivano all’88% e il riconoscimento del merito al 79%. Seguono gli incentivi al rientro (75%) e una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro (72%), mentre restano più indietro gli alloggi economicamente sostenibili (63%) e l’efficienza dei servizi pubblici (62%), ovvero gli ambiti in cui l’intervento pubblico avrebbe margini più diretti. Interpellati sulla priorità assoluta, oltre la metà dei rispondenti (53%) indica comunque lo stipendio, il 19% le opportunità di lavoro e appena il 6% la meritocrazia in senso stretto. Al Nord la richiesta salariale sale al 55%, mentre nel Mezzogiorno scende al 48% e lascia più spazio a merito e stabilità dell’impiego.

Un’emorragia da 441mila giovani in tredici anni

Dietro i questionari, il Cnel colloca un quadro statistico che misura la portata del fenomeno: tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso, al netto dei rientri, 441mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo negativo record di oltre 61mila unità nel solo 2024. A quantificarne l’anomalia è l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori elaborato dallo stesso Cnel: per ogni coetaneo che arriva in Italia da un’economia avanzata, ne partono 14,5, contro un rapporto sostanzialmente paritario nelle altre grandi economie europee. Il valore del capitale umano andato perduto viene stimato in 159,5 miliardi di euro nel periodo 2011-2024, circa 16 miliardi l’anno secondo i trend più recenti. E il divario salariale, calcolato a parità di potere d’acquisto, si è allargato con tutti i principali partner: verso la Spagna l’Italia è passata da un vantaggio dell’1% nel 2000 a uno svantaggio del 7% nel 2024; verso la Germania da un ritardo del 14% al 36%; verso la Svizzera dal 39% al 71%.

Fonte: Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro

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