La decisione sull’ecomostro di Taranto è arrivata. La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento che lo scorso luglio aveva disposto il blocco dell’area a caldo dello stabilimento dell’ex Ilva, che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. Sono state rigettate dai magistrati le istanze presentate dalle società Ilva e Acciaierie d’Italia. E il messaggio lanciato è chiaro: la tutela delle persone viene prima della produttività.
“Il bilanciamento tra i contrapposti interessi costituzionali non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute”: questo è il cuore del provvedimento. Per i giudici “nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”.
Com’è tristemente noto, l’ex Ilva di Taranto è il più grande impianto siderurgico d’Italia e da oltre un decennio è al centro di una crisi industriale, ambientale e occupazionale. Dal primo intervento della magistratura nel 2012 per l’impatto dell’inquinamento, si sono susseguiti sequestri, commissariamenti e tentativi di vendita. Il nodo principale è l’area a caldo, dove gli altiforni trasformano le materie prime in acciaio: è la parte più strategica dello stabilimento, ma anche quella più inquinante. Dei quattro altiforni presenti, oggi solo uno è attivo.
A fine luglio la Corte d’appello aveva disposto lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni, fino alla rimozione dell’amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili entro i limiti di sicurezza. Una decisione che rende ancora più complessa la vendita dell’impianto, perché un eventuale acquirente dovrebbe affrontare costosi interventi di risanamento.
Il sindaco di Taranto: “Puntiamo a investimenti che favoriscano la ripresa”
Non si è fatta attendere la reazione del primo cittadino di Taranto.
Rispettiamo la decisione dei giudici della Corte d’Appello di Milano, decisione che non ci sorprende- ha commentato Piero Bitetti – Abbiamo avuto modo di dire a Roma, al Governo, cose chiare: il futuro della città va tutelato con misure che preservino economia e sviluppo, i lavoratori vanno tutelati con misure di compensazione affinché non si perda un solo posto. L’accelerazione imposta da questo provvedimento ne rende ancora più urgente la loro attuazione.
Per il sindaco ora è necessario puntare sul rilancio economico dell’impianto siderurgico. “Puntiamo a investimenti che favoriscano la ripresa. Perché – sottolinea – senza interventi adeguati dovremo scontrarci con l’impoverimento del territorio, con un abbassamento della qualità della vita, con una comunità che rischia di ammalarsi. Il 16 settembre sarà il punto di non ritorno per lo spegnimento degli impianti. Il tavolo interministeriale che abbiamo chiesto a Palazzo Chigi – conclude – dovrà insediarsi in tempi utili e dare risposte”.
Nel frattempo i sindacati premono affinché i lavoratori dell’ex Ilva vengano tutelati e chiedono interventi urgenti e concreti.
Riteniamo sia fondamentale che il governo risponda alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva e convochi immediatamente il tavolo permanente a Palazzo Chigi” – fanno sapere in una nota congiunta Fim, Fiom e Uilm. – I lavoratori pretendono risposte e il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro Paese Non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati. Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari.
Taranto tornerà davvero a respirare?
Per i cittadini ricorrenti (e non solo) la decisione della Corte d’Appello rappresenta una vittoria sul fronte della tutela della salute. L’avvocato Ascanio Amenduni, uno dei legali degli undici residenti di Taranto — tra cui un bambino di 12 anni gravemente malato — ha sottolineato che il principio affermato dai giudici è chiaro: la salute umana deve prevalere sulle esigenze della produzione quando gli impianti risultano pericolosi per le persone e per l’ambiente. Il procedimento civile, avviato nel 2021 a Milano, ha visto finora decisioni favorevoli ai cittadini da parte del Tribunale, della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte d’Appello.
Secondo Amenduni, lo stop dell’area a caldo consentirà alla città di Taranto di “respirare un’aria diversa, priva delle emissioni nocive e di sostanze inquinanti”.
Il legale ha però rivolto un pensiero anche ai lavoratori dello stabilimento, auspicando che Governo e Regione possano individuare soluzioni per tutelare l’occupazione. “Non si poteva continuare a salvaguardare il lavoro al prezzo della salute”, ha ribadito, sottolineando che la sfida ora sarà conciliare il diritto alla salute con la protezione dei posti di lavoro. La decisione era stata contestata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, che avevano chiesto la sospensione urgente del provvedimento sostenendo che il blocco dell’area a caldo avrebbe causato danni irreversibili agli impianti, messo a rischio i livelli occupazionali e compromesso gli investimenti pubblici effettuati negli anni per garantire la continuità produttiva.
Taranto ora si trova davanti alla sfida più difficile: trasformare una vittoria giudiziaria in una vera svolta. Lo stop all’area a caldo segna un punto fermo nella lunga battaglia per la tutela della salute, ma non risolve da solo una crisi che dura da lunghi anni. La città e i suoi abitanti chiedono di non essere più costretti a scegliere tra un posto di lavoro e il diritto a vivere in un ambiente sicuro.
Fonte: Ansa