In Burkina Faso hanno lasciato decidere alle donne come spendere i soldi per il clima: ora usano il 30% di legna in meno

Se chiedi a una donna che vive in un villaggio del Burkina Faso come dovrebbe essere speso un finanziamento internazionale contro la crisi climatica, potrebbe non risponderti pannelli solari, batterie o grandi infrastrutture. Potrebbe indicarti il fornello che usa ogni giorno.

A Didyr, nella regione di Nando, è successo qualcosa di molto simile. Quando le donne della comunità sono state coinvolte nella scelta degli investimenti climatici, hanno indicato un problema che conoscevano bene: cucinare richiedeva troppa legna e troppo tempo. Hanno scelto dei fornelli migliorati e, secondo il monitoraggio pubblicato da LIFE-AR, da quando sono entrati in uso il consumo di legna è diminuito di circa il 30% e i tempi di cottura del 26-30%.

Il fornello esisteva già. Stavolta, però, qualcuno ha chiesto a chi avrebbe dovuto usarlo dove valesse la pena mettere i soldi.

Quando il problema è il fuoco che accendi ogni giorno

I fornelli tradizionali utilizzati nella zona sono fatti con pietre disposte intorno alla fiamma. Quelli scelti a Didyr vengono costruiti con banco, una terra cruda molto utilizzata nell’Africa occidentale, mattoni d’argilla e cemento. La struttura permette di controllare meglio l’ingresso dell’aria e trattenere più calore. Per cucinare la stessa cosa serve meno legna.

E qui la legna pesa parecchio più di quanto possa sembrare guardando soltanto una percentuale. Va procurata, trasportata e bruciata. Sono ore di lavoro che si aggiungono a quelle trascorse davanti al fuoco.

Nel piano degli investimenti LIFE-AR per il Burkina Faso i fornelli sono destinati anche alle dolotières, le donne che producono il dolo, una bevanda tradizionale ricavata dai cereali. Per loro il fuoco significa anche lavoro e reddito: tra i risultati previsti dal progetto compaiono proprio la riduzione della legna consumata e delle ore necessarie alla produzione.

Prima di spendere i soldi hanno chiesto alle comunità

Didyr non ha scelto soltanto i fornelli. Quando alle comunità è stato chiesto di indicare le priorità sono usciti problemi diversi e molto poco astratti: acqua, orti, drenaggio delle piogge, strade difficili da percorrere nella stagione umida, illuminazione solare, riforestazione, gestione dei rifiuti. Poi il fuoco utilizzato ogni giorno dalle dolotières.

Dietro c’è LIFE-AR, la Least Developed Countries Initiative for Effective Adaptation and Resilience, un’iniziativa guidata dagli stessi Paesi meno sviluppati per provare a cambiare il modo in cui vengono decisi e distribuiti i finanziamenti per l’adattamento climatico. Il Burkina Faso vi partecipa dal 2019.

Il principio è semplice e piuttosto ambizioso: far arrivare una quota molto più grande dei finanziamenti al livello locale e lasciare alle comunità spazio reale nella scelta degli interventi. Nel caso del Burkina Faso, il 70% delle risorse ricevute attraverso LIFE-AR dovrebbe finanziare investimenti indicati come prioritari dai comuni pilota.

Quando lasci alle comunità un margine reale per decidere dove investire, possono individuare problemi molto più precisi di quelli che si vedono da lontano: una questione enorme come l’adattamento alla crisi climatica si ritrova anche dentro una cucina. Da lontano vedi siccità, aumento delle temperature, foreste sotto pressione e milioni in finanziamenti internazionali. Da Didyr vedi una donna che deve accendere il fuoco e sa perfettamente quanta legna le servirà.

La scelta, peraltro, non è rimasta soltanto nei documenti del progetto. Nel marzo 2025 il Comune ha pubblicato una gara pubblica per installare lampioni solari e realizzare fornelli migliorati, finanziata attraverso LIFE-AR, con un importo previsto di 21,75 milioni di franchi CFA per l’intero lotto e 45 giorni di tempo per l’esecuzione. Ad aprile la procedura è arrivata all’aggiudicazione.

Una donna impara a costruirlo, poi lo insegna a un’altra

La storia poteva chiudersi qui: arrivano i soldi, si costruiscono i fornelli, si misura quanta legna è stata risparmiata. A Didyr è successo anche qualcos’altro. L’investimento prevedeva che le donne imparassero a produrre e distribuire direttamente i nuovi modelli. Le partecipanti alle prime formazioni stanno già insegnando ad altre donne come costruirli e hanno cominciato a produrre sul posto anche i mattoni d’argilla necessari.

Una donna impara, un’altra guarda, poi può costruirne uno a sua volta. I materiali sono disponibili localmente e non serve aspettare che qualcuno arrivi da fuori con un nuovo progetto sotto braccio.

Le donne hanno indicato un problema della propria giornata, hanno scelto dove intervenire e adesso stanno insegnando ad altre donne come fare la stessa cosa. A Didyr, almeno, dare più voce alla comunità non ha prodotto un altro documento: ha prodotto fornelli che consumano meno legna e persone che sanno costruirli.

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