Le temperature si sono abbassate, ma il caldo anomalo continuerà a perseguitarci: uno studio guidato dal Goddard Institute for Space Studies della Nasa ha dimostrato che gli eventi di calore estremo sono diventati più frequenti anche nei mesi immediatamente precedenti e successivi, rendendo tutto ancora più complicato da gestire, anche per il nostro organismo.
©AGU Advances
Come è stato condotto lo studio e cosa ha evidenziato
Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato 45 anni di dati climatici globali con l’obbiettivo di determinare in quale periodo dell’anno si verificano le ondate di calore estreme, verificando che le stagioni peggiori si sono estese su circa metà della superficie terrestre a partire dagli anni ‘80. Inoltre, purtroppo, l’espansione è apparsa asimmetrica, spingendosi più avanti in primavera in alcune regioni e in autunno in altre.
L’aumento delle temperature medie da solo non può spiegare questo andamento, specificano gli autori: è invece probabile che entrino in gioco anche fattori regionali come le variazioni delle precipitazioni o dell’uso del suolo, il cui consumo – lo sappiamo – è tutt’altro che razionale.
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In altre parole ormai, invece di limitarsi alle stagioni calde, gli episodi di caldo estremo sono diventati più frequenti anche nei mesi immediatamente precedenti e successivi.
In alcune località si osserva una maggiore diffusione del caldo estremo durante la primavera, prima dell’inizio della tradizionale stagione calda – spiega Catherine Ivanovich, autrice principale del lavoro – In altre, si registra un’estensione molto più rapida della stagione calda verso l’autunno. Esistono asimmetrie molto evidenti nel modo in cui le stagioni caratterizzate da caldo estremo si stanno estendendo nelle diverse aree del mondo. In molte di queste regioni, il caldo estremo sta assumendo caratteristiche nuove e diverse
Perchè questo studio è innovativo
Naturalmente, non è di certo questo il primo studio sugli eventi di caldo estremo, né tantomeno il primo sui cambiamenti climatici in generale. Ma le ricerche sul riscaldamento stagionale si sono finora concentrate prevalentemente sulle temperature medie e sulle variazioni nella tempistica delle stagioni.
Ad esempio, gli scienziati hanno dimostrato che, a partire dal 1990, la durata delle condizioni meteorologiche estive nelle regioni a latitudine media è aumentata di circa sei giorni per decennio.
Ben pochi studi, invece, hanno esaminato la tempistica dei singoli episodi di caldo estremo, i quali potrebbero non seguire lo stesso andamento della media stagionale.
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I ricercatori della Nasa hanno ora conteggiato gli episodi di caldo estremo verificatisi nei sei continenti abitati tra il 1980 e il 1989, definendo come “estremi” i giorni in cui le temperature rientravano nel 5% dei valori giornalieri più elevati.
L’analisi è stata condotta due volte: la prima utilizzando le rilevazioni termometriche standard (una misura del calore secco) e la seconda impiegando la temperatura a bulbo umido (wet-bulb globe temperature), un parametro che quantifica il calore umido combinando umidità, radiazione solare e temperatura dell’aria per misurare lo stress termico percepito dal corpo umano.
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Gli autori hanno quindi confrontato i dati di riferimento degli anni ‘80 con quelli dell’ultimo decennio disponibile, ovvero il periodo compreso tra il 2015 e il 2024, evidenziando un significativo ampliamento delle stagioni di caldo estremo su poco più della metà delle terre emerse per quanto riguarda il calore secco, e su poco meno della metà per il calore umido.
Hanno inoltre dimostrato che tale estensione è avvenuta in modo disomogeneo, spingendosi più avanti nella primavera in alcune regioni e nell’autunno in altre.
Analizzando che la geografia del nostro pianeta, lo studio ha rivelato che negli Stati Uniti occidentali, nella Cina orientale, nell’Africa settentrionale e nell’Europa orientale, gli episodi di caldo estremo sono diventati più frequenti soprattutto nei due mesi successivi alle tradizionali stagioni calde, mentre la situazione opposta si è verificata nell’Europa occidentale, nell’Africa meridionale e nell’India nord-occidentale, dove il caldo estremo si è manifestato prevalentemente nei due mesi precedenti.
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Per verificare che questa tendenza fosse confermata, le analisi sono state condotte utilizzando sia un set di dati compilato dalla NASA e sia uno del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF). E, in gran parte, è stato effettivamente così.
Il caldo estremo è raro per definizione, e lo è ancora di più quando si verifica fuori stagione: ciò rende difficile individuare statisticamente tali cambiamenti. Ma soprattutto rende tutto più complicato da gestire: il caldo secco, infatti, mette a dura prova colture ed ecosistemi, mentre quello umido è più pericoloso per l’uomo, poiché limita la capacità dell’organismo di raffreddarsi attraverso la sudorazione. Ne consegue che adattarsi all’uno non equivale ad adattarsi all’altro.
Perchè i risultati sono particolarmente preoccupanti
Inoltre, in generale, gli eventi di calore estremo al di fuori della loro stagione abituale sono più dannosi per l’organismo e più difficili da affrontare per le città: il caldo estremo, umido o secco che sia, mette maggiormente a dura prova l’organismo quando si manifesta prima che le persone si siano acclimatate alla stagione, oppure dopo che hanno già dovuto sopportarne gli effetti per mesi. Inoltre, per le comunità è più difficile prepararsi a tali eventi, dato che i centri di accoglienza climatizzati e le allerte meteo sono spesso organizzati sulla base del calendario estivo tradizionale.
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The last but not the least, le variazioni nella tempistica stagionale del caldo estremo aumentano inoltre la probabilità di una sovrapposizione con altri rischi stagionali, ad esempio il picco della stagione degli incendi negli Stati Uniti occidentali e quello della stagione degli uragani nel Sud-est.
Ed è evidente che quando più rischi si verificano simultaneamente o in rapida successione, sono molto più pericolosi e hanno un impatto maggiore rispetto a quando si manifestano isolatamente, come ribadiscono gli autori.
Il prossimo passo della ricerca consisterà nel ripetere il confronto utilizzando simulazioni climatiche, in grado di fornire molte più versioni teoriche della realtà (e quindi un campione più ampio di eventi estremi) a parità di condizioni climatiche. Se i modelli concorderanno con le osservazioni, si avrà un’ulteriore conferma che i cambiamenti rilevati costituiscono effettivamente una nuova tendenza.
Il lavoro è stato pubblicato su AGU Advances.
Fonti: Columbia Climate School / AGU Advances
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