Le parole migliori sono quelle che ancora non abbiamo detto. O scritto. Le parole migliori che noi giornaliste, e i giornalisti, abbiamo usato per descrivere una violenza contro una donna, un abuso, un femminicidio, sono quelle che ancora attendono il tasto invio.
Lei, povera donna, “fragile vittima”, lui, “uomo normalmente mite”. E in mezzo una narrazione sbagliata della violenza che a volte viene proprio descritta come una fatalità, un dramma, un “tragico evento”, contornata da singolari giustificazioni patologiche a un’azione – quella del colpevole – che invece è sempre del tutto volontaria. L’ultimo è proprio il caso di Lorena Isceri, di cui si è parlato finanche dell’ultimo “viaggio” in quella auto pur di voler romanzare.
Dal raptus al delirio alla follia momentanea: le abbiamo dette tutte, dimenticandoci che – nella totalità delle volte – quella donna veniva ammazzata dopo aver denunciato l’ex innumerevoli di volte, che viveva in uno stato di angoscia da mesi a causa delle minacce di lui, che era stata già aggredita. Nessuno scatto furioso, quindi, solo lo schema matematico, lineare, gelido di un aggressore che è, era, soggetto maschile attivo e consapevole.
La questione difficile da scardinare, dunque? Anche e soprattutto la posizione di chi racconta i fatti. Ogni volta che una donna viene uccisa, la narrazione mediatica rischia di riproporre gli stessi errori: trasformare la violenza in un destino improvviso, cercare spiegazioni nella presunta follia dell’aggressore, consegnare alla cronaca il racconto di una passione o, peggio, di una storia che sembrava felice, invece di chiamare le cose con il loro nome.
Il linguaggio non è mai neutro: può spostare l’attenzione dalla responsabilità di chi agisce alla vita di chi subisce, può insinuare colpe nella vittima, può normalizzare la violenza come esito inevitabile di una relazione conflittuale. Raccontare un femminicidio significa allora scegliere con cura le parole: evitare di romanticizzare l’omicidio attraverso amore, gelosia o passione; non giustificare l’aggressore con attenuanti psicologiche; non trasformare la storia della vittima in un dettaglio secondario rispetto al gesto di chi l’ha uccisa.
Anche nella cronaca, prima ancora del tasto invio, esiste una responsabilità.
La scelta delle immagini (che fa la differenza)
Beh, anche le immagini cui ricorriamo non sono da meno. Quando raccontiamo una violenza contro una donna, non sono soltanto le parole ad avere un peso: una fotografia scelta per accompagnare una notizia non è mai neutrale: suggerisce un’emozione, costruisce una percezione, orienta lo sguardo di chi legge. Per questo anche le immagini fanno parte della responsabilità di chi informa.
Pensiamo di nuovo al femminicidio di Lorena Isceri. In molti hanno raccontato la storia col suo boia con fotografie della coppia felice, sorridente, innamorata: un bacio, un abbraccio, un momento privato che apparteneva a un tempo precedente alla violenza. Una cena e un bicchiere di vino. Ma cosa raccontano davvero quelle immagini? Raccontano la vittima o racconta una relazione che non esiste più? Restituiscono dignità alla donna uccisa o portano l’attenzione sulla coppia, sull’uomo, su un presunto amore finito male?
Quando viene scelta una foto romantica per raccontare un femminicidio, il rischio è quello di creare nel contempo una narrazione distorta: quella di una tragedia passionale, di una storia d’amore degenerata, invece di raccontare una violenza e una responsabilità precise. È lo stesso meccanismo che per anni ci ha portato a usare parole come “gelosia” o “amore malato” per descrivere crimini che hanno alla base il possesso e la volontà di controllo.
Nel caso di Lorena Isceri, raccontare la sua uccisione attraverso immagini felici della coppia significa aggiungere un’ulteriore ferita, sovrapporre alla realtà della violenza il ricordo di una relazione, come se quella fosse la chiave per comprendere ciò che è accaduto. Ma una donna non viene uccisa perché una storia d’amore è finita male, ma perché qualcuno ha scelto di esercitare violenza su di lei.
Le immagini dovrebbero accompagnare una notizia, non modificarne il significato.
Oltre le parole: il vademecum per raccontare la violenza contro le donne
Il Coordinamento per le Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha distribuito il vademecum “Oltre le parole. Stalking, maltrattamenti, violenze, stupro, femminicidio: come comunicare la violenza contro le donne”, uno strumento pensato per aiutare chi fa informazione a raccontare questi fenomeni con maggiore consapevolezza e responsabilità.
- La violenza non è una fatalità. Un femminicidio non è una “tragedia”, un “dramma familiare” o un “tragico evento”. Queste espressioni rischiano di trasformare un crimine in qualcosa di inevitabile, quasi casuale. La violenza ha invece un autore e una responsabilità precisa: per questo è fondamentale usare parole corrette, come omicidio, femminicidio, stupro, stalking, maltrattamenti
- Basta parlare di raptus. Raccontare un uomo che uccide come vittima di un “raptus di follia” o di una “perdita di controllo” significa spostare l’attenzione dalla sua scelta alla presunta eccezionalità del momento. La violenza contro le donne, invece, è spesso il risultato di dinamiche di controllo e sopraffazione che iniziano molto prima. Il linguaggio deve quindi restituire la volontarietà dell’azione e la responsabilità di chi la compie
- L’amore non è una giustificazione. Gelosia, passione e amore non possono diventare la cornice narrativa di un femminicidio. Raccontare un uomo che uccide come “accecato dalla gelosia” o, mi vengono i brividi, come “troppo innamorato” contribuisce a confondere un sentimento con un atto di violenza. L’amore non ha nulla a che vedere con il possesso e la sopraffazione
- Una relazione difficile non spiega la violenza. Una separazione, una crisi o una relazione conflittuale non sono la causa di un femminicidio. Presentare la violenza come lo sbocco naturale di una storia tormentata significa normalizzarla e rischia di attenuare la responsabilità dell’aggressore. La violenza non è una conseguenza inevitabile di un rapporto che finisce: è una scelta
- La vittima non deve essere messa sotto accusa. Raccontare cosa indossava una donna, come viveva, perché non se ne sia andata prima o perché abbia scelto di lasciare un partner significa spostare il peso della responsabilità sulla vittima. La cronaca deve invece concentrarsi sulle azioni dell’aggressore e restituire alla donna la sua identità, la sua storia e la sua voce
- L’aggressore non va raccontato né come eroe né come mostro. Definire un uomo violento “un mostro” rischia di allontanare il problema dalla realtà; descriverlo come “bravo ragazzo”, “persona mite” o vittima delle circostanze produce invece una pericolosa attenuazione della responsabilità. Chi commette violenza deve essere raccontato per ciò che ha fatto: un uomo che ha scelto di agire violenza contro un’altra persona
- Anche il dolore non deve diventare spettacolo. Dettagli morbosi, particolari inutili e immagini scelte per suscitare curiosità possono trasformare una storia di violenza in uno spettacolo. Informare non significa mostrare tutto, ma scegliere ciò che aiuta davvero a comprendere. Il diritto di cronaca non può diventare un’ulteriore ferita per chi ha già subito violenza.
Lo abbiamo detto mille volte e continuiamo a ripeterlo: un femminicidio non è solo una storia individuale, ma è parte di un fenomeno sociale più ampio. Per questo il giornalismo deve collegare il singolo episodio al contesto della violenza di genere, agli stereotipi culturali e alle dinamiche di potere che ancora attraversano la società.
Solo così la cronaca può diventare anche uno strumento di consapevolezza e prevenzione.
QUI trovi il vademecum dell’ODG.