I dipendenti di questa ditta di trasporti donano due giorni di ferie alle colleghe che soffrono di ciclo mestruale intenso

Mettersi al volante di un autobus affrontando ore di traffico, fermate continue e passeggeri da trasportare non è mai semplice, men che meno quando il fisico è debilitato da un ciclo mestruale regolare ma particolarmente intenso. Nel settore del trasporto pubblico su gomma del Sud Italia, la società Sita Sud ha introdotto una misura pionieristica ed unica nel suo genere.

Dal 12 settembre 2026, le lavoratrici dell’azienda potranno usufruire di due giornate al mese di permesso solidale senza intaccare le proprie ferie personali e senza la necessità di presentare un certificato medico. Questo importante traguardo si fonda sull’ampliamento di un sistema di ferie solidali nato nel febbraio del 2015, quando i dipendenti scelsero di donare parte del proprio tempo libero per assistere un collega con un figlio in ospedale.

Oggi, quel gesto di generosità collettiva si rinnova attraverso la disponibilità volontaria dei lavoratori uomini disposti a cedere quote delle proprie ferie per alimentare una banca ore comune, offrendo un concreto sollievo alle colleghe impegnate in mansioni di front line particolarmente gravose.

La spaccatura sindacale: tra plauso e protesta

Nonostante l’indubbia nobiltà dell’iniziativa, l’accordo firmato dalla Fit Cisl ha immediatamente scatenato una forte turbolenza sindacale. Le sigle Uiltrasporti e Faisa Cisal, escluse dal tavolo delle trattative, hanno duramente contestato l’intesa definendola una mera operazione d’immagine. Il nodo centrale della polemica riguarda la copertura economica e la natura stessa del provvedimento: i sindacati dissidenti denunciano il rischio di un pericoloso effetto boomerang, sottolineando che la tutela della salute e dell’integrità psicofisica del personale non può trasformarsi in un welfare autofinanziato dai lavoratori stessi.

Richiamando l’articolo 2087 del Codice civile, le organizzazioni ribadiscono con forza che l’onere della salvaguardia lavorativa spetta unicamente al datore di lavoro. Sebbene l’iniziativa rappresenti una lodevole dimostrazione di empatia e un aiuto concreto tra colleghi, la tutela del benessere psicofisico e i permessi legati a condizioni biologiche non dovrebbero dipendere dalla generosità altrui, bensì configurarsi come un diritto inalienabile e un costo interamente a carico dell’azienda, evitando di scaricare sui dipendenti responsabilità che competono all’impresa.

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