Una firma per cambiare il modo in cui immaginiamo la sicurezza. La campagna “Un’altra difesa è possibile” ha raggiunto e superato la soglia delle 50mila sottoscrizioni necessarie per portare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta.
Il traguardo arriva dopo mesi di mobilitazione da parte delle reti promotrici – tra cui Rete Italiana Pace e Disarmo, Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile (CNESC) e Sbilanciamoci! – e apre ora una nuova fase: la proposta dovrà essere discussa dalle istituzioni.
Un risultato che arriva in un momento in cui il tema della sicurezza è spesso associato quasi esclusivamente alla dimensione militare e all’aumento delle spese per gli armamenti. La campagna prova invece a riportare al centro un’altra domanda: è possibile difendere un Paese anche attraverso strumenti diversi dalle armi?
Che cosa prevede la proposta di legge
Il cuore della proposta è la nascita di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio e l’obiettivo è mettere in rete strumenti già presenti nell’ordinamento italiano – come Servizio Civile Universale, Protezione Civile e Corpi Civili di Pace – all’interno di una strategia comune dedicata alla prevenzione dei conflitti, alla gestione delle crisi e alla costruzione della pace.
Il testo prevede anche l’istituzione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo e di un Fondo nazionale per la difesa civile, alimentato anche attraverso l’opzione fiscale del sei per mille dell’Irpef.
I promotori della campagna richiamano in particolare due articoli della Costituzione italiana.
- l’articolo 11, che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali
- e l’articolo 52, secondo cui la difesa della Patria è un “sacro dovere del cittadino”
Secondo i sostenitori della proposta, proprio il concetto di difesa può essere interpretato in una forma più ampia: non solo protezione militare dei confini, ma anche tutela delle persone, dei territori e della convivenza civile.
Il superamento delle 50mila firme arriva in una fase storica in cui molti Paesi europei stanno aumentando gli investimenti nella spesa militare. La campagna non mette in discussione il tema della sicurezza, ma propone di allargarne il significato: una comunità sicura non è soltanto quella capace di proteggersi da un attacco esterno, ma anche quella in grado di affrontare disuguaglianze, emergenze ambientali, povertà e conflitti sociali.
La raccolta firme ha raggiunto il suo primo obiettivo: portare dentro le istituzioni una domanda che da tempo attraversa una parte della società civile.
Se la difesa significa proteggere ciò che abbiamo di più importante, forse la domanda da cui partire è proprio questa: quali strumenti scegliamo per farlo?
Ora la parola passa al Parlamento.
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