“Il microchip nello stomaco di pecore e capre sta uccidendo gli animali”: la protesta degli allevatori veneti contro il bolo ruminale

Una capsula di ceramica lunga quanto un dito e pesante 52 grammi sta trasformando gli pascoli del Veneto in un vero e proprio campo di battaglia burocratico e sanitario. Rio Levis, presidente della Confederazione italiana agricoltori di Belluno, ha lanciato un grido d’allarme durissimo contro la normativa regionale che impone l’utilizzo del bolo ruminale per la tracciabilità di pecore e capre, uccidendo fino al 35% degli animali.

I rischi per la salute degli animali

Questo sistema prevede l’inserimento forzato per via orale di un microchip cilindrico destinato a stabilirsi per sempre nel reticolo, il quarto stomaco del ruminante. A differenza della classica marca auricolare semplice o elettronica che molti allevatori invocano a gran voce, la capsula rigida sta provocando una scia di drammatiche conseguenze biologiche.

Le testimonianze raccolte tra i pastori della Valbelluna parlano chiaro e descrivono un bollettino di guerra quotidiano: animali che soffocano all’istante durante la procedura di inserimento eseguita dai veterinari autorizzati, capi che rigurgitano il dispositivo dopo pochi giorni o agnelle che subiscono un evidente rallentamento della crescita a causa dell’alterazione funzionale del rumine. La zootecnia da latte, che rappresenta l’80-90% dell’economia agricola bellunese, si ritrova così in ginocchio tra costi crescenti, difficoltà legate alla transumanza e l’abolizione delle vecchie deroghe regionali che permettevano di scegliere il microchip sottopelle o all’orecchio.

L’inchiesta istituzionale e le spaccature tra Regioni sulla sicurezza del microchip

Mentre la Cia del Veneto, attraverso il direttore Maurizio Antonini, chiede a gran voce il ripristino delle deroghe e la Federazione degli allevatori del Trentino con il presidente Giacomo Broch difende a spada tratta l’efficacia del sistema equiparandolo ai microchip per cani e cavalli, la politica nazionale si muove per fare luce sulla vicenda. Il senatore Luca De Carlo, presidente della commissione competente, ha immediatamente interessato il Ministero della Salute per verificare la reale portata del fenomeno, confermando che la Regione Veneto ha adottato questa linea di tracciabilità per tutelare la filiera dagli illeciti.

Dall’altra parte, la consigliera regionale Silvia Calligaro ha avviato verifiche puntuali per accertare se la moria di massa denunciata dagli agricoltori sia un problema sistemico o isolato, mentre i servizi veterinari continuano a sostenere l’assenza di criticità ufficiali. Resta il fatto che per centinaia di pastori costretti a fare i conti con le nuove direttive, il futuro della pastorizia alpina appare sempre più a rischio tra imposizioni burocratiche e la difesa disperata del benessere animale.

Fonte: CIA Veneto

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