L’abbraccio di Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin a Mantova: due dolori diversi, la stessa battaglia contro la cultura della violenza

Lei è stata violentata per anni da decine di uomini. Lui ha perso sua figlia, Giulia, ammazzata da un uomo violento. Due storie che nascono da ferite profondissime e che nessuno dovrebbe mai essere costretto a raccontare.

Eppure, a Mantova, Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin hanno scelto di trasformare il dolore in una voce pubblica, incontrandosi sul palco del Festivaletteratura per parlare non solo di ciò che è accaduto loro, ma soprattutto di ciò che riguarda tutte e tutti noi. E sciogliendosi in un magnifico abbraccio.

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Gisèle Pelicot ha scelto di affrontare a porte aperte il processo contro il marito e gli uomini accusati degli abusi subiti per anni. Una decisione che ha richiesto una forza enorme, nata dalla volontà di rompere il silenzio e di dare un messaggio alle altre donne: non c’è vergogna nella violenza subita, la vergogna appartiene a chi la commette. Gino Cecchettin, dopo l’omicidio della figlia Giulia per mano dell’ex, ha scelto invece di interrogarsi su ciò che spesso viene prima della violenza estrema: la cultura del possesso, l’incapacità di accettare un rifiuto, l’idea distorta secondo cui una persona possa appartenere a un’altra.

Due percorsi diversi, ma un punto comune: la violenza contro le donne non nasce all’improvviso, ma è il risultato di una cultura che troppo spesso normalizza controllo, sopraffazione e disuguaglianza.

“L’amore non è possesso”

Durante il dialogo alla kermesse dal titolo “La vergogna deve cambiare lato”, moderato da Ilenia Caito, Cecchettin ha riportato l’attenzione su una parola chiave: possesso. Molte tragedie iniziano proprio da lì, dall’idea malata secondo cui l’altra persona non sia libera, ma qualcosa da controllare. Un errore culturale che può nascondersi dietro frasi apparentemente innocue, gelosie scambiate per amore, comportamenti giustificati come dimostrazioni di affetto.

Anche Pelicot ha parlato della necessità di cambiare lo sguardo con cui la società interpreta la violenza. Perché chi agisce violenza spesso tenta prima di tutto di cancellare l’identità dell’altra persona, trasformandola in un oggetto.

Entrambi hanno conosciuto anche il peso del giudizio pubblico. La Pelicot ha raccontato di aver ricevuto migliaia di critiche, in mezzo – per fortuna – ad altrettanti messaggi di solidarietà da donne che nella sua storia hanno trovato il coraggio di riconoscersi.

Sono consapevole della forza che ho potuto trasmettere a tante donne e spero di continuare a farlo – ha detto. Vorrei incoraggiarle a non dubitare mai, a non chiedersi se la decisione sia giusta o meno e a seguire la propria spinta ad andare avanti. Non esiste una vittima diversa dalle altre. Ogni vittima deve avere il diritto di parlare e soprattutto di avere fiducia in sé stessa, questa è la cosa fondamentale.

Cecchettin ha scelto la strada della testimonianza anche attraverso il libro Cara Giulia, trasformando il lutto privato in un’occasione per parlare alle nuove generazioni.

Per entrambi, scrivere e raccontare non significa rimanere ancorati al dolore, ma provare a trasformarlo in qualcosa che possa aiutare gli altri.

Il messaggio ai giovani

La parte più importante dell’incontro è stata quella rivolta al futuro. Pelicot e Cecchettin hanno ricordato che il cambiamento non può arrivare soltanto dopo una tragedia. Deve partire prima: dall’educazione, dalle relazioni, dal modo in cui impariamo a vedere l’altro e l’altra. Una società libera dalla violenza non si costruisce solo nelle aule dei tribunali, ma anche nelle famiglie, nelle scuole, nelle amicizie e nelle parole che scegliamo ogni giorno.

A Mantova due persone segnate da un dolore immenso si sono incontrate per raccontare ciò che hanno perso e per parlare. Parlare di ciò che possiamo ancora cambiare. Forse è proprio questo il senso più profondo della loro presenza insieme: il dolore può spezzare una vita, ma può anche diventare una responsabilità collettiva.

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