Il riscaldamento globale causato dalle attività umane ha contribuito a rendere più instabile l’area dell’Himalaya dove, il 26 agosto scorso, un enorme blocco di roccia e ghiaccio è precipitato dal versante del Langtang Lirung, al confine tra Nepal e Cina, trasformandosi in una devastante alluvione di detriti.
A stabilirlo è una analisi del gruppo internazionale World Weather Attribution (WWA), secondo cui l’evento non può essere attribuito a un’unica causa: alla base della tragedia ci sarebbe una combinazione di fattori geologici e climatici. Il cambiamento climatico, spiegano gli esperti, ha però agito come elemento di destabilizzazione, favorendo condizioni più favorevoli al collasso.
La valanga di roccia e ghiaccio ha provocato una gigantesca inondazione di detriti, con acqua, ghiaccio, rocce e sedimenti che hanno travolto abitazioni, infrastrutture e interi centri abitati lungo la valle del fiume Trishuli. Il materiale è caduto da circa 5.150 metri di quota fino ai 3.750 metri del fondovalle, liberando un’enorme quantità di energia.
Al momento, disastro ha causato oltre 1.300 decessi confermati, con solo una piccola frazione delle vittime identificata e restituita alle proprie famiglie. Oltre 5.000 persone sono ancora disperse, circa 13.700 sono state salvate e più di 8.600 hanno ricevuto cure mediche (NDRRMA, 2026e).
Il ruolo del caldo e dello scioglimento dei ghiacciai
Secondo gli scienziati, l’aumento delle temperature sta modificando profondamente gli ambienti d’alta quota dell’Himalaya. Il progressivo riscaldamento ha contribuito al degrado del permafrost, cioè il terreno permanentemente ghiacciato che in queste aree può funzionare come un “collante” naturale tra rocce e ghiaccio.
Quando il ghiaccio presente nelle fratture della roccia si scioglie, diminuisce la stabilità delle pareti montuose. Allo stesso tempo, l’acqua di fusione può aumentare la pressione all’interno delle fratture, favorendo condizioni più instabili. Anche il ritiro dei ghiacciai ha avuto un ruolo. Nell’area del Langtang Lirung i ghiacciai stanno perdendo massa da decenni: dal 2010 la velocità di riduzione della superficie glaciale è aumentata, modificando l’equilibrio delle montagne circostanti.
©WWA
Il terremoto del 2015
Tra i fattori considerati dagli esperti c’è anche il devastante terremoto di magnitudo 7.8 che colpì il Nepal nel 2015. Secondo lo studio, il sisma potrebbe aver indebolito nel tempo la struttura rocciosa dell’area, creando una condizione favorevole al successivo cedimento, anche se il suo contributo preciso al collasso del 2026 non è ancora quantificabile.
La tragedia, quindi, non sarebbe stata provocata esclusivamente dal cambiamento climatico, ma dall’interazione tra una montagna già fragile dal punto di vista geologico e condizioni climatiche sempre più calde.
Gli studiosi sottolineano che eventi di questo tipo mostrano i limiti degli attuali sistemi di adattamento. Le comunità nepalesi hanno sviluppato strumenti di prevenzione per molte alluvioni tradizionali, ma una catena di eventi così rapida e complessa può superare la capacità di previsione e risposta.
Con il continuo aumento delle temperature, infatti, le regioni di alta montagna stanno affrontando trasformazioni profonde: ghiacciai in ritirata, permafrost in degradazione e una quota sempre maggiore di precipitazioni che cade sotto forma di pioggia invece che di neve.
Secondo il WWA, ridurre i rischi futuri richiede sia un rafforzamento del monitoraggio delle aree montane sia una rapida riduzione delle emissioni di combustibili fossili, perché alcuni effetti del riscaldamento già accumulato continueranno a manifestarsi anche nei prossimi anni.
