La canzone che stanno provando a imparare non appartiene alla loro giovinezza. Non è il brano del primo amore, quello che passava alla radio quando avevano vent’anni o una melodia ascoltata centinaia di volte. È nuova. Scritta apposta per loro.
Ed è proprio questo dettaglio a rendere interessante Memory for Music, uno studio internazionale che coinvolge persone con malattia di Alzheimer in Austria, Norvegia e Argentina. I ricercatori stanno insegnando loro canzoni mai sentite prima per capire fino a che punto il cervello riesca ancora a costruire una memoria musicale quando altri sistemi della memoria hanno già cominciato a cedere.
Il progetto, finanziato in Austria dal Fondo austriaco per la scienza FWF, è iniziato nel 2025 e proseguirà fino al 2029. Il protocollo internazionale prevede 113 partecipanti con almeno 65 anni, affetti da Alzheimer e senza una precedente formazione musicale significativa. Quindi niente pianisti in pensione con cinquant’anni di spartiti alle spalle: ai ricercatori interessa vedere cosa succede quando si parte quasi da zero.
Le canzoni sono nuove proprio per togliere di mezzo la nostalgia
La memoria musicale ha una caratteristica curiosa. Una persona può avere difficoltà a ricordare un nome, un appuntamento o qualcosa accaduto poche ore prima e riuscire ancora a riconoscere una melodia conosciuta molti anni fa. Il fenomeno è documentato da tempo nella ricerca sull’Alzheimer e sulle demenze, anche se quanto e quali aspetti della musica vengano preservati varia da persona a persona. Proprio qui arriva il piccolo trucco dello studio: togliere dal tavolo le canzoni già amate.
I brani utilizzati sono stati composti appositamente per il progetto, con melodie semplici e facili da cantare. In questo modo i ricercatori possono osservare la nascita del ricordo quasi pezzo per pezzo: quante ripetizioni servono prima che una persona riesca a recuperare una parte della canzone, quali suggerimenti sono necessari, quali elementi rimangono più facilmente. Il protocollo guarda perfino alla qualità del richiamo della nuova musica.
Ogni partecipante attraversa una fase intensiva di cinque mesi, con due lezioni individuali di canto alla settimana, e una fase molto più leggera, con una lezione al mese. Tra le due ci sono due mesi di pausa e l’ordine viene assegnato casualmente. Lo stesso partecipante finisce così per offrire ai ricercatori due fotografie molto diverse del proprio rapporto con la musica.
Hanno scelto il canto anche perché ha un pregio difficilmente battibile: lo strumento è già compreso nel partecipante. Nessuna tastiera da imparare, nessuna chitarra da tenere correttamente. Si respira, si ascolta e si canta.
Perché la memoria musicale sembra avere qualche carta in più
L’ipotesi su cui lavora il gruppo coordinato a Vienna dalla psicologa e musicologa Anja-Xiaoxing Cui riguarda anche il modo particolare con cui ricordiamo la musica. Cantare mette insieme ascolto, voce, ritmo, movimento e sequenze apprese attraverso la ripetizione. Dentro una canzone possono quindi entrare in gioco forme di memoria differenti da quelle che usiamo per ricordare un episodio appena accaduto.
Un indizio importante era arrivato già nel 2015. In uno studio pubblicato su Brain, i ricercatori avevano prima utilizzato la risonanza magnetica funzionale a 7 Tesla su 32 adulti giovani per individuare le regioni coinvolte nella memoria musicale di lunga durata. Poi avevano confrontato quelle aree con immagini cerebrali di persone con Alzheimer.
Le regioni associate ai ricordi musicali di lunga durata mostravano relativamente meno atrofia e alterazioni del metabolismo rispetto ad altre aree colpite dalla malattia, pur presentando accumulo di beta-amiloide. Una possibile spiegazione, quindi, è che alcuni circuiti utilizzati dalla memoria musicale rimangano funzionalmente disponibili più a lungo.
Non esiste, però, un cassettino del cervello con scritto sopra “canzoni”. Sarebbe molto pratico, soprattutto per quelle che ci rimangono in testa tre giorni contro la nostra volontà. La memoria musicale coinvolge reti diverse e anche gli studi disponibili hanno trovato risultati variabili a seconda del tipo di memoria esaminato e dello stadio della malattia.
A Vienna guardano anche cosa succede nel cervello mentre la musica viene imparata
Il gruppo austriaco affianca alle lezioni test neuropsicologici, elettroencefalogramma e risonanza magnetica. L’obiettivo è collegare quello che una persona riesce effettivamente a ricordare con i segnali prodotti dal cervello durante il percorso. Il progetto FWF indica tra i suoi bersagli proprio la memoria semantica musicale e i suoi correlati rilevabili attraverso EEG e MRI.
Il protocollo misura anche le capacità cognitive generali. La domanda, quindi, si allarga: se una persona riesce progressivamente a imparare e recuperare una nuova canzone, quell’allenamento produce qualche effetto anche fuori dalla musica? Qui le risposte devono ancora arrivare.
Gli interventi musicali attivi, compreso il canto, hanno già mostrato possibili benefici sull’umore, sul comportamento sociale e sulla qualità della vita delle persone con demenza. Sugli effetti cognitivi le prove sono ancora limitate, ed è esattamente uno dei vuoti che Memory for Music vuole affrontare. Lo studio è in corso: non ha ancora dimostrato che cantare rallenti l’Alzheimer o recuperi ricordi perduti.
Ed è forse la parte più interessante di tutta la ricerca. I partecipanti non stanno semplicemente riaprendo, attraverso una vecchia canzone, una porta rimasta socchiusa per decenni. Stanno cercando di scrivere qualcosa di nuovo nella memoria. Una melodia che prima non c’era, imparata una strofa alla volta. Ora bisogna vedere quanto a lungo il cervello riuscirà a tenerla con sé.