Pensioni, si andrà ancora più tardi: la Ragioneria sposta di nuovo il traguardo: 67 anni e 6 mesi nel 2029

Sei mesi. Tanto separa, sulla carta, l’attuale soglia della pensione di vecchiaia da quella che i lavoratori dovranno raggiungere nel 2029. Il conto arriva dal Rapporto n. 27 della Ragioneria generale dello Stato sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, pubblicato il 22 settembre: l’età minima salirebbe a 67 anni e 6 mesi, per poi toccare i 67 anni e 8 mesi nel 2031. Salirebbe per l’appunto, il condizionale è d’obbligo, perche oltre il 2028 le cifre della Rgs restano proiezioni, figlie del meccanismo che aggancia i requisiti alla speranza di vita e costruite su previsioni demografiche e scenari macroeconomici che possono ancora cambiare. Nessuna norma, ad oggi, fissa il calendario del 2029.

Cosa è già deciso e cosa no

Il gradino del biennio 2027-2028, invece, è scritto nero su bianco. Il decreto direttoriale del 19 dicembre 2025 ha stabilito un aumento di tre mesi dei requisiti di accesso (la stessa Ragioneria lo richiama nella nota di aggiornamento al Rapporto n. 26), e la legge di bilancio 2026, la n. 199 del 2025, ne ha diluito l’effetto: un mese dal 1° gennaio 2027, l’aumento pieno dal 2028. L’Inps ha tradotto il tutto in cifre con la circolare n. 28 del 16 marzo 2026: la pensione di vecchiaia richiederà 67 anni e un mese nel 2027 e 67 anni e tre mesi nel 2028, fermo il requisito dei vent’anni di contributi. Per chi ha cominciato a versare dopo il 1995 e può contare su appena cinque anni di contribuzione effettiva, l’asticella passa a 71 anni e un mese e poi a 71 anni e tre mesi. La legge di bilancio ha lasciato fuori dall’adeguamento, per il biennio, alcune categorie, a partire da chi svolge lavori gravosi o usuranti. Dal 2029 si riparirà da capo: l’aggiornamento sarà biennale, ed il prossimo scatto, stando alle stime della Rgs, varrebbe altri tre mesi.

Anticipata oltre i 43 anni di contributi

Stesso copione per la pensione anticipata, che prescinde dall’età e guarda soltanto agli anni di versamenti. Dal 2027 serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi, dal 2028 43 anni e un mese, con le donne che ne scontano uno in meno. Poi tornano le proiezioni: 43 anni e 4 mesi nel 2029 e 43 anni e 6 mesi nel 2031, mentre per le lavoratrici il requisito si fermerebbe rispettivamente a 42 anni e 4 mesi e a 42 anni e 6 mesi. Resta in vigore la finestra mobile di tre mesi fra la maturazione del diritto e il primo assegno. Anche i lavoratori precoci pagano il loro pedaggio, con 41 anni e un mese di contributi nel 2027 e 41 anni e tre mesi nel 2028.

Il picco della spesa nel 2041

Il rapporto non si ferma ai requisiti e guarda anche ai conti. La spesa pensionistica, stima la Ragioneria, arriverà al 17,1% del Pil nel 2041 e resterà su quel livello per i tre anni successivi. La ragione è aritmetica prima che politica: il numero delle pensioni cresce più di quello degli occupati, mentre le generazioni del baby boom lasciano il lavoro. A frenare la corsa, ma solo in parte, provvedono l’innalzamento dei requisiti e l’estensione progressiva del calcolo contributivo, che produce assegni più leggeri di quelli che avrebbe garantito il vecchio sistema retributivo. Poi la curva piega verso il basso, visto che dal 2045 il rapporto con il Pil comincerebbe a scendere, fino al 16,2% del 2050 e al 14% del 2070, a mano a mano che i baby boomer escono dalla platea dei pensionati e il rapporto fra assegni e lavoratori si stabilizza, prima di ridursi. Anche in questa fase, osserva la Rgs, continuerà a pesare l’adeguamento automatico alla speranza di vita.

Pensioni, sanità e assistenza: un quarto del Pil

Il quadro si allarga se alla previdenza si sommano la sanità e la long term care, l’assistenza di lungo periodo alle persone non autosufficienti. Nel 2020 la pandemia, con il crollo del prodotto interno lordo, aveva spinto questo aggregato al 25,3% del Pil; la ripresa successiva lo ha riportato al 22,1% nel 2023. La tregua però non durerà: la Ragioneria prevede il 23,2% nel 2030 e un massimo del 25,5% nel 2044, prima della discesa al 23% nel 2070. Il motore, anche qui, è l’invecchiamento della popolazione. Nel 2044, insomma, circa un euro su quattro della ricchezza prodotta in Italia, dovrebbe servire a pagare pensioni, cure ed assistenza.

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