Guarire non significa sempre tornare alla vita di prima e un “come stai?”, la domanda più automatica che c’è, riceve quasi sempre una risposta altrettanto automatica: “bene”. Ma cosa succede quando dietro quel “bene” si nasconde una storia che nessuno vede?
È questa la domanda al centro di “The Whole Story”, il cortometraggio realizzato da Breast Cancer Network Australia (BCNA) con l’agenzia creativa australiana Thinkerbell, che prova a raccontare una parte del tumore al seno spesso dimenticata: quella che arriva dopo la fine dei trattamenti.
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Perché il cancro non finisce nell’esatto momento in cui termina l’intervento, la chemioterapia o la radioterapia. Quasi sempre continua nel corpo, nella mente, nelle relazioni e nel modo in cui una persona torna a guardare sé stessa.
La risposta che non viene mai detta
Il film si apre in un contesto apparentemente normale: una riunione di lavoro. Una collega chiede alla protagonista come sta. Fuori, davanti agli altri, lei sorride e risponde come ci si aspetta: “Sto bene”. Ma dentro di sé prende forma un’altra risposta.
Interpretata dall’attrice Brenna Harding, la donna racconta tutto ciò che non riesce a dire ad alta voce: la nebbia mentale che rende più difficile concentrarsi sul lavoro, le difficoltà economiche dopo la malattia, la perdita del desiderio sessuale, il rapporto cambiato con il proprio corpo. E ancora: la paura di non poter avere figli, la fragilità delle relazioni, il timore costante che il tumore possa tornare.
È un lungo dialogo interiore, invisibile agli altri, ed è proprio questo contrasto a rendere il cortometraggio così potente: la distanza tra quello che una persona mostra e quello che realmente sta vivendo.
Il racconto nasce dall’esperienza di Bec Chan, che ha ricevuto una diagnosi di tumore al seno a 37 anni. La sua testimonianza è stata trasformata in una scena quotidiana, quasi ordinaria, per mostrare una realtà che molte persone colpite dalla malattia conoscono bene: la pressione a comportarsi come se tutto fosse tornato alla normalità.
Dopo un tumore spesso arrivano domande sulla sopravvivenza, sui controlli, sulle terapie superate. Molto meno spazio viene dato a ciò che resta, alla fatica emotiva, alla paura che non scompare. E alla difficoltà di riconoscersi dopo un cambiamento così profondo.
“The Whole Story” accompagna il lancio della nuova piattaforma di Breast Cancer Network Australia, “No Life Limited by Breast Cancer”, un messaggio che invita ad allargare lo sguardo sulla malattia.
La sopravvivenza è una parte della storia, ma non è tutta la storia. Il progetto nasce anche dai risultati di un’indagine condotta dall’associazione, che evidenzia la distanza tra il modo in cui il tumore al seno viene percepito dall’opinione pubblica e l’esperienza quotidiana delle persone che lo hanno affrontato.
I progressi nella diagnosi precoce, nelle cure e nella sopravvivenza sono fondamentali, ma secondo BCNA è necessario parlare anche delle conseguenze fisiche, psicologiche, lavorative e intime che possono rimanere dopo la fine dei trattamenti.
Un “sto bene” non sempre significa tutto e “The Whole Story” non vuole raccontare solo il dolore, ma dare anche spazio a quelle parti dell’esperienza del cancro al seno che spesso rimangono senza parole. Dopo una diagnosi non si deve guarire soltanto da una malattia. A volte è necessario anche imparare a convivere con il cambiamento, ricostruire il rapporto con il proprio corpo, ritrovare equilibrio e accettare che la vita dopo il tumore può essere diversa da quella di prima.
E forse, quando chiediamo “come stai?”, dovremmo imparare ad ascoltare davvero la risposta.