Difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere
Con queste parole Pedro Sánchez ha aperto il suo intervento davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, trasformando il suo discorso in un’appassionata difesa del multilateralismo, degli accordi internazionali e di quei principi che, secondo il premier spagnolo, hanno guidato la nascita dell’Onu 81 anni fa.
Un intervento dai toni fortemente politici, in cui Sánchez ha messo al centro tre parole: pace, sostenibilità e pari opportunità. Concetti che, ha sottolineato, “non sono posizioni ideologiche, ma parte integrante del futuro dell’umanità”.
“Non è una crisi del sistema Onu: alcuni vogliono provocarne il fallimento”
Il cuore del discorso è stata la denuncia di quello che Sánchez definisce un tentativo di indebolimento dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale.
Prima mettono in discussione le regole. Poi le violano, sapendo peraltro che nessuno avrà il coraggio di chiedergliene conto,
ha dichiarato il premier spagnolo, riferendosi ai governi che, secondo lui, stanno riducendo il ruolo delle istituzioni multilaterali.
Sánchez ha contestato l’idea che organizzazioni come le Nazioni Unite siano diventate inutili, sostenendo invece che le critiche arrivino spesso da chi punta a ridurne la capacità di intervento:
Non stanno descrivendo i fallimenti del sistema delle Nazioni Unite: stanno cercando di provocarne il fallimento
Un passaggio che si inserisce in un dibattito globale sempre più acceso sul ruolo delle istituzioni internazionali, accusate da alcuni governi di inefficienza e da altri di essere indispensabili per affrontare problemi che nessun Paese può risolvere da solo, dal clima alle pandemie fino ai conflitti.
“Egoismo, ignoranza e crudeltà”: la critica ai nuovi nazionalismi
Nel suo intervento Sánchez ha individuato tre elementi che, a suo giudizio, alimenterebbero questa fase storica. Il primo è “l’egoismo”: la convinzione che il mondo sia un gioco a somma zero, dove il progresso di qualcuno debba necessariamente avvenire a discapito di altri. Il secondo è “l’ignoranza”, legata al rifiuto delle evidenze scientifiche e all’idea che alcuni Paesi possano fare a meno della cooperazione internazionale. Il terzo, definito dal premier spagnolo “il peggiore”, è la “crudeltà”.
Una crudeltà che ormai non si scompone più davanti alle costole di un bambino affamato o a un ospedale ridotto in macerie,
ha affermato Sánchez, citando le conseguenze delle guerre e delle crisi umanitarie.
Dal clima alle guerre: “Abbiamo bisogno di cooperare, non di chiuderci”
Il discorso ha intrecciato temi diversi: conflitti, povertà, migrazioni e crisi ambientale. Sánchez ha ricordato come negli ultimi anni abbia visto crescere forze politiche che, a suo giudizio, mettono in discussione la cooperazione internazionale e ha collegato questo fenomeno anche alla gestione della crisi climatica.
Le ho viste inquinare l’atmosfera e anche l’oceano, come se fossero di loro proprietà,
ha detto, inserendo la questione ambientale dentro una riflessione più ampia sul rapporto tra interessi nazionali e responsabilità globale.
Il messaggio centrale è che alcune sfide, per loro natura, richiedono risposte collettive: il clima, la perdita di biodiversità, le migrazioni e le emergenze sanitarie non rispettano confini politici.
Gaza, Ucraina e Iran: la denuncia delle “guerre di aggressione”
Nel suo intervento Sánchez ha citato anche diversi scenari di guerra, sostenendo che la Spagna si sia opposta alle “guerre di aggressione” e abbia cercato di mantenere una posizione coerente con la Carta delle Nazioni Unite.
Ha ricordato le sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, la posizione spagnola nei confronti del governo israeliano e la richiesta di rispetto del diritto internazionale nel conflitto a Gaza.
Sul tema palestinese ha parlato di “genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza”, una definizione politica contestata da Israele e oggetto di un acceso dibattito internazionale anche sul piano giuridico.
La crisi migratoria e il messaggio su Ceuta: “Non trasformare il migrante in un nemico”
Una parte significativa del discorso è stata dedicata alle migrazioni, con riferimento alla città spagnola di Ceuta, enclave europea sulla costa nordafricana spesso al centro delle rotte migratorie.
Sánchez ha riconosciuto la difficoltà della gestione dei flussi, ma ha rifiutato una risposta basata sulla paura:
So che in momenti come questi la tentazione è scegliere la scorciatoia, cedere alla paura, trasformare il migrante in un nemico e violare la legalità
Secondo il premier spagnolo, affrontare le crisi mantenendo il rispetto dei diritti umani non sarebbe un ostacolo, ma una condizione necessaria per costruire società più solide.
“Cosa avete fatto quando difendere ciò in cui credevate è diventato difficile?”
La chiusura del discorso ha assunto il tono di un appello rivolto alle generazioni future. Sánchez ha immaginato il momento in cui i giovani di domani giudicheranno le scelte compiute nel decennio attuale, definito “decisivo nella storia delle Nazioni Unite”.
Ci chiederanno: che cosa avete fatto quando alcuni Paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere un occhio?
E ancora:
Vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare. Che ci abbiamo rimesso la pelle per lasciargli un mondo più pacifico, più sostenibile e, sì, più giusto.
Un discorso che, al di là delle posizioni politiche, fotografa uno dei grandi nodi del presente: in un mondo segnato da crisi simultanee — climatiche, sociali e geopolitiche — il confronto è sempre più tra chi vede la cooperazione internazionale come uno strumento indispensabile e chi invece punta a un maggiore controllo nazionale delle decisioni.
La domanda posta da Sánchez all’Onu resta quindi una delle questioni centrali di questo decennio: quale equilibrio riusciranno a trovare gli Stati tra interessi propri e responsabilità condivise?