In due giorni l’uragano Helene ha lasciato alla Highlands Biological Station, tra le montagne della Carolina del Nord, una quantità di microplastiche pari al 18,8% di tutto il deposito misurato nell’arco dell’anno. Negli stessi giorni il ritmo con cui queste particelle cadevano dall’atmosfera è salito fino a 22,7 volte rispetto ai livelli precedenti. E il sito si trova a quasi 1.200 metri di quota, in mezzo agli Appalachi meridionali.
Helene aveva raggiunto la categoria 4 prima di toccare terra in Florida il 26 settembre 2024, per poi spingersi verso nord e provocare piogge e alluvioni catastrofiche negli Appalachi, come ricostruito nel rapporto ufficiale del National Hurricane Center. Quando la tempesta è arrivata sulla Carolina del Nord occidentale, però, tre strumenti erano già lì da mesi a raccogliere quello che cadeva dal cielo. Una coincidenza scientificamente molto utile.
I ricercatori di Virginia Tech, Western Carolina University e altri istituti hanno potuto così confrontare il periodo precedente, i giorni dell’uragano e le settimane successive. Lo studio pubblicato su Integrated Environmental Assessment and Management è, secondo gli autori, il primo negli Stati Uniti a seguire il deposito atmosferico di microplastiche in più località prima, durante e dopo un uragano.
In due giorni, quasi un quinto del totale annuo
I tre punti di monitoraggio erano Iron Duff, Coweeta Hydrologic Laboratory e Highlands Biological Station, tutti nella zona delle Blue Ridge Mountains. Durante Helene il tasso medio di deposito delle microplastiche è risultato 8,1 volte più alto a Iron Duff, 3,4 volte a Coweeta e 22,7 volte a Highlands rispetto ai livelli registrati prima della tempesta.
A Highlands, il sito più piovoso, durante l’uragano sono cadute tra circa 1.779 e 2.743 particelle per metro quadrato al giorno. Messe in rapporto con l’intero periodo di osservazione, quelle trasportate nei giorni di Helene rappresentano il 18,8% del totale annuo. A Iron Duff la quota è stata del 4,2%, a Coweeta del 4,6%.
Sono percentuali misurate in appena tre siti e non descrivono tutto ciò che è accaduto lungo il percorso dell’uragano. Mostrano però quanto rapidamente un evento meteorologico estremo possa modificare il deposito di plastica anche in paesaggi montani lontani dalle aree urbane più dense.
I ricercatori hanno trovato soprattutto fibre. Dopo Helene costituivano l’88,5% delle particelle a Iron Duff, il 94,4% a Coweeta e il 100% di quelle identificate a Highlands. Su un sottoinsieme di 258 particelle analizzate con spettroscopia Raman sono stati riconosciuti più di 30 tipi di polimeri, tra cui poliammide o nylon, polistirene, PET, polipropilene e polietilene.
Pioggia e vento hanno cambiato il viaggio della plastica
Le microplastiche non devono trovarsi necessariamente accanto al luogo in cui vengono raccolte. Possono essere sollevate, trasportate dall’aria e ricadere molto più lontano. I modelli utilizzati nello studio mostrano che durante Helene anche il percorso delle masse d’aria dirette verso i tre siti era cambiato.
Prima e dopo l’uragano, l’aria alle quote più basse arrivava generalmente da nord-est, passando sull’Atlantico vicino alla Nuova Scozia. Durante la tempesta proveniva invece dall’area del Golfo del Messico e dei Caraibi. Questo non permette di attribuire una singola fibra a un luogo preciso: ricostruisce la traiettoria dell’aria, non il certificato di nascita di ogni pezzetto di plastica.
Pioggia e vento sembrano avere lavorato in coppia. Nei modelli statistici le precipitazioni risultano il fattore principale per il deposito umido, mentre la velocità del vento pesa soprattutto su quello secco. L’acqua intercetta le particelle sospese e le porta al suolo; il vento può sollevarle nuovamente dalle superfici e mantenerle in circolazione.
La conseguenza è particolarmente delicata nelle zone di sorgente. Le particelle depositate su suolo, vegetazione e piccoli corsi d’acqua montani possono entrare nei sistemi fluviali e proseguire verso valle. La distanza da strade e grandi città, insomma, offre molto meno isolamento di quanto suggerisca il paesaggio.
La plastica ha continuato a cadere anche dopo Helene
Una delle osservazioni più curiose arriva quando l’uragano se n’era già andato. Tra il 30 settembre e il 30 ottobre 2024 il deposito medio di microplastiche è rimasto 3,8 volte sopra i livelli precedenti a Highlands e 4,4 volte a Coweeta. A Iron Duff, invece, è sceso.
La differenza potrebbe essere finita sugli alberi, letteralmente. Coweeta aveva circa il 90,8% di copertura arborea nell’area intorno al campionatore e Highlands il 52,7%; Iron Duff appena il 14,7%. Gli autori ipotizzano che parte delle microplastiche trasportate dalla tempesta possa essersi fermata sulle foglie per poi essere rimessa in movimento dal vento nei giorni successivi.
Per ora rimane un’ipotesi. I ricercatori non hanno misurato direttamente le microplastiche sulle foglie e indicano proprio questo passaggio tra le cose da verificare nei prossimi studi. Anche l’estensione geografica del lavoro impone cautela: i siti erano tre e l’estrapolazione regionale costruita dai modelli viene definita dagli stessi autori una stima di ordine di grandezza, non una conta precisa.
C’è poi un limite ancora più materiale. Gli strumenti utilizzati non riuscivano a intercettare tutte le particelle più piccole: le stime del deposito vengono quindi considerate conservative. Lo studio, inoltre, misura dove e quanto è caduta la plastica; non stabilisce quali effetti abbia prodotto sulla fauna, sugli ecosistemi o sulla salute umana.
Helene ha attraversato gli Appalachi in pochi giorni. I collettori che erano già accesi hanno registrato, nello stesso intervallo, un’impennata netta di fibre e frammenti di plastica. Quelli ancora più piccoli, peraltro, sono rimasti fuori dal conto.