Allacciare la cintura di sicurezza, infilare uno zaino, dormire su un fianco. Gesti piuttosto banali finché sotto la pelle del torace non c’è una camera impiantabile. Ange-Solal Llantia lo ha scoperto durante il proprio percorso di cura per un tumore del sangue e, insieme a Benjamin Leroy, ha trasformato quel fastidio in un oggetto decisamente poco fantascientifico: una maglietta, una tasca e una piccola protezione rigida. È nato così Cinelle, il primo progetto della startup francese Cellule Rouge.
L’obiettivo è molto concreto: creare una barriera tra la zona in cui si trova la camera impiantabile e tutto ciò che, durante la giornata, può premerci sopra o sfregarla. Niente robot, sensori o intelligenza artificiale. Stavolta l’innovazione parte da una cintura dell’auto che dà fastidio.
Quando anche una cintura può diventare un problema
La camera impiantabile, chiamata anche port-a-cath o PAC, è un piccolo dispositivo sistemato sotto la pelle e collegato attraverso un catetere a una vena centrale. Viene utilizzato nei pazienti che devono ricevere terapie endovenose ripetute e per lunghi periodi, comprese alcune chemioterapie, evitando di dover reperire ogni volta una vena periferica.
Il dispositivo può rimanere in sede per mesi e accompagnare quindi il paziente anche molto oltre la porta dell’ospedale. Ed è lì che cominciano problemi decisamente meno raccontati: una cintura che passa proprio sopra il punto dell’impianto, una tracolla, uno zaino, uno sfregamento ripetuto durante il movimento.
Llantia conosceva il problema sulla propria pelle. Nel 2021, dopo la diagnosi di un tumore del sangue, gli venne applicata una camera impiantabile. Da quella esperienza, insieme all’amico ed ex compagno di studi Benjamin Leroy, è nata l’idea di Cellule Rouge: sviluppare una protezione che permettesse di continuare a muoversi riducendo pressioni e sfregamenti sulla zona.
Una tasca mobile e una piccola coque intorno al dispositivo
Cinelle è composta da tre elementi: una maglietta tecnica, una tasca regolabile e una coque protettiva. Secondo la descrizione pubblicata da Cellule Rouge, il sistema in velcro permette di spostare la protezione sia in altezza sia lateralmente, adattandola alla posizione della camera sul torace.
La coque ha una forma rettangolare con bordi arrotondati e soprattutto un’apertura circolare centrale: il materiale protettivo resta quindi intorno alla camera impiantabile invece di schiacciarla direttamente. All’interno c’è una schiuma pensata per assorbire piccoli urti, mentre uno strato morbido tra tessuto e pelle serve a limitare gli sfregamenti, compresi quelli vicino alle cicatrici.
È un dettaglio meno banale di quanto sembri. Le camere impiantabili non vengono posizionate con precisione identica su tutti i pazienti: una protezione fissa rischierebbe di funzionare benissimo su un manichino e decisamente meno su una persona vera.
Cellule Rouge spiega di aver sviluppato il progetto raccogliendo le esigenze dei pazienti e continua a utilizzare i loro riscontri per decidere quali accessori realizzare successivamente. Sul sito compaiono, tra le proposte, una protezione specifica per cintura e tracolla, una coque rinforzata per l’attività sportiva e una protezione pensata per il sonno.
Il problema riguarda anche migliaia di pazienti italiani
La storia nasce in Francia, ma il dispositivo che Cinelle cerca di rendere più sopportabile fa parte anche della quotidianità oncologica italiana.
Secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2025, realizzato da AIOM insieme ad AIRTUM, Fondazione AIOM, Osservatorio nazionale screening e altri enti scientifici, nel nostro Paese nel 2025 sono state stimate circa 390 mila nuove diagnosi di cancro, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente.
Naturalmente questo numero non coincide con quello delle persone che utilizzano una camera impiantabile: non tutti i pazienti oncologici ne hanno bisogno e il dispositivo viene impiegato anche in contesti diversi. Serve però a misurare la dimensione di un sistema di cura nel quale sempre più persone convivono per mesi o anni con terapie, controlli e dispositivi medici.
Ed è proprio qui che un problema apparentemente minuscolo smette di esserlo. Un accesso venoso centrale facilita trattamenti ripetuti; poi il paziente torna a casa e deve guidare, vestirsi, portare una borsa, dormire e muoversi con quel dispositivo ancora sotto la pelle. La medicina fa il lavoro grosso. Il quotidiano, come spesso accade, resta pieno di dettagli.
Cinelle non cura nulla, ma prova a rendere meno scomoda la cura
Qui serve tenere i piedi per terra. Cinelle non è una terapia e non sostituisce la camera impiantabile. I fondatori la presentano come una soluzione tessile per il comfort quotidiano e, nei materiali disponibili, non risultano studi clinici pubblicati che ne dimostrino l’efficacia.
Sul sito dell’azienda compaiono anche alcuni dati raccolti direttamente da Cellule Rouge: il 68% delle persone interpellate avrebbe riferito fastidio legato alla camera nei primi mesi e il 48% ancora dopo almeno sei mesi dalla fine dei trattamenti. Sono risultati di un sondaggio interno dell’azienda, quindi non possono essere estesi alla popolazione generale.
Il progetto, inoltre, è ancora in fase di lancio. Cellule Rouge sta preparando una campagna di crowdfunding su Ulule per finanziare la prima produzione dei kit e sul sito sono aperte le preregistrazioni. È un’innovazione piccola per definizione, ma a volte basta cominciare proprio da lì: da una cintura che continua a passare esattamente nel posto sbagliato.