Per sei mesi all’anno, l’acqua intorno a Laktiguda semplicemente spariva. I ruscelli si asciugavano, i pozzi potevano smettere di funzionare durante l’estate e a cercare quella che restava erano soprattutto le donne, costrette a camminare quasi cinque chilometri ogni giorno per procurarsi acqua potabile. Poi le 38 famiglie di questo piccolo villaggio dell’Odisha, nell’India orientale, hanno avuto la possibilità di fare una cosa apparentemente semplice: occuparsi insieme della foresta da cui dipendevano.
Nel giro di due o tre anni gli alberi sono tornati a infittirsi, sono ricomparsi animali che non si vedevano da tempo e i ruscelli che prima rimanevano asciutti per circa metà dell’anno hanno ricominciato a scorrere anche nella stagione secca. A raccontare la trasformazione è una good practice note pubblicata da Agricultural Extension in South Asia sul lavoro portato avanti nel villaggio con PRADAN.
La storia di Laktiguda funziona proprio perché è piccola. Parliamo di 38 famiglie, non di un piano nazionale da miliardi di euro. Persone che vivono accanto a una foresta, ne ricavano acqua, cibo, legna, foraggio e reddito e che, quando hanno ricevuto strumenti e spazio per gestirla, hanno cominciato a proteggerla come qualcosa da cui dipendeva la loro stessa vita.
Le famiglie appartengono alle Scheduled Tribes, le comunità tribali riconosciute dall’ordinamento indiano, e il villaggio è circondato da circa 567 acri di Community Forest Resource, poco meno di 230 ettari. Da quella foresta arrivano da generazioni frutti, piante medicinali, materiali, acqua e prodotti che possono essere venduti.
Anni di incendi, coltivazione itinerante, prelievo eccessivo delle risorse e assenza di una gestione comunitaria avevano però degradato pesantemente l’area. Con la riduzione della copertura arborea si erano prosciugati i corsi d’acqua, era diminuita la biodiversità, il terreno aveva perso fertilità e i raccolti erano peggiorati. Molte famiglie erano ormai dipendenti da un’unica coltura annuale alimentata dalle piogge e dalla raccolta stagionale dei prodotti della foresta. La foresta continuava a essere indispensabile al villaggio, ma riusciva a offrire sempre meno.
La svolta è arrivata quando la foresta è diventata anche una responsabilità
Dal 2021 PRADAN lavora nel Gram Panchayat di Bethiapada insieme all’amministrazione del distretto di Rayagada per l’applicazione del Forest Rights Act del 2006. La legge riconosce alle Scheduled Tribes e agli altri abitanti tradizionali delle foreste diritti sulle terre e sulle risorse utilizzate da generazioni, attribuendo alle comunità anche un ruolo nella loro protezione e gestione.
A Laktiguda hanno cominciato dalle cose concrete. Gli abitanti hanno costituito un Forest Rights Committee, ricostruito insieme i confini tradizionali della foresta anche con strumenti GIS e, nel 2022, la Gram Sabha, l’assemblea del villaggio, ha creato un comitato per gestire le risorse forestali comunitarie. Prima di piantare, insomma, hanno deciso chi avrebbe dovuto occuparsi della foresta e come.
Poi sono arrivate le regole quotidiane. Pattugliamenti collettivi contro il taglio illegale degli alberi e gli incendi, raccolta più controllata dei prodotti forestali, protezione delle aree degradate, riforestazione, palline di semi di specie native disperse sul terreno e interventi per lasciare spazio alla rigenerazione naturale.
La richiesta formale di Laktiguda per il riconoscimento definitivo dei Community Forest Resource Rights risulta peraltro ancora pendente. E qui la piccola storia del villaggio incontra un problema enorme.
Secondo i dati del programma Mo Jungle Jami del Governo dell’Odisha, al 31 dicembre 2024 nello Stato erano state presentate 15.179 richieste per Community Forest Resource Rights. Quelle approvate erano 4.903, mentre oltre 11mila risultavano ancora in attesa. Lo stesso Governo riconosce che proprio i diritti comunitari sulle foreste avanzano più lentamente del previsto. Nel frattempo la richiesta di Laktiguda aspetta ancora. La foresta, invece, ha già cominciato a cambiare.
Con gli alberi è tornata anche l’acqua
Nel giro di due o tre anni, secondo il caso studio, le aree degradate hanno cominciato a rigenerarsi. La vegetazione nativa è diventata più densa, sono tornati alberi di età diverse e gli abitanti raccontano di aver rivisto uccelli e scimmie scomparsi da tempo, compreso il Gharchatia, un uccello tradizionalmente legato al villaggio.
Sotto quelle chiome, però, stava cambiando qualcosa di ancora più importante. Una copertura vegetale più fitta rallenta il deflusso della pioggia, aiuta l’acqua a infiltrarsi nel terreno e può favorire la ricarica delle falde. A Laktiguda, secondo la documentazione disponibile, i corsi d’acqua che prima rimanevano asciutti per circa sei mesi sono diventati perenni. È aumentata l’umidità del suolo e i pozzi tubolari che durante l’estate potevano smettere di funzionare continuano ora a fornire acqua.
Per le donne il cambiamento si misura soprattutto nel tempo risparmiato: niente più cinque chilometri al giorno per cercare acqua. E con un terreno che trattiene più umidità è diventato possibile coltivare più a lungo, affiancando colture miste e agroforestazione a quell’unico raccolto annuale che prima dipendeva quasi interamente dalle piogge.
Il lavoro di Laktiguda si inserisce in un programma molto più ampio. Nel suo rapporto annuale 2023-2024, PRADAN riferiva di aver accompagnato 1.498 villaggi nella presentazione di richieste per i Community Forest Resource Rights tra Odisha, Jharkhand e Chhattisgarh. In 824 avevano già ottenuto titoli su oltre 516mila acri e attività di conservazione, ripristino e gestione erano state avviate su circa 254mila acri.
La foresta è tornata anche a dare reddito
La rigenerazione ha aumentato anche la disponibilità di prodotti diversi dal legname: tamarindo, mango, jamun, fiori di mahua, hill broom e foglie di siali, utilizzate anche per realizzare piatti.
Alla raccolta le famiglie hanno affiancato trasformazione e vendita collettiva, con organizzazioni di produttrici nelle quali le donne hanno assunto ruoli di gestione. Secondo il caso studio, molte famiglie ricavano oggi circa 100mila rupie indiane all’anno dalle sole attività legate alla foresta.
La trasformazione ha già cominciato a uscire dai confini di Laktiguda. Altri tre villaggi dello stesso Gram Panchayat hanno completato il processo di richiesta dei diritti forestali e hanno iniziato a proteggere le proprie foreste comunitarie. Nel frattempo il villaggio ospita visite di abitanti dei centri vicini, operatori e funzionari pubblici interessati a vedere come viene gestita l’area.
Nell’Odisha il potenziale è enorme. Il Governo statale conta oltre 32.500 villaggi potenzialmente interessati dal Forest Rights Act e ha creato il programma Mo Jungle Jami proprio per accelerare il riconoscimento dei diritti forestali e collegarlo a reddito, sicurezza alimentare e programmi pubblici.
I risultati di Laktiguda hanno comunque un limite importante. La good practice note nasce dal lavoro dell’organizzazione coinvolta nel progetto e non presenta misurazioni indipendenti della copertura forestale, della portata dei corsi d’acqua o dell’aumento dei raccolti. I 567 acri indicano inoltre l’estensione della risorsa forestale comunitaria intorno al villaggio: il documento descrive la rigenerazione delle aree degradate, senza dimostrare che tutti i quasi 230 ettari siano stati restaurati nello stesso modo.
Prima le donne camminavano quasi cinque chilometri al giorno per trovare acqua. Alcuni ruscelli sparivano per metà dell’anno e i pozzi potevano fermarsi durante l’estate. Oggi, secondo quanto documentato nel villaggio, quei ruscelli scorrono tutto l’anno e i pozzi continuano a funzionare anche nei mesi più secchi.
Laktiguda conta appena 38 famiglie. Hanno avuto strumenti, regole e la possibilità di occuparsi insieme della foresta da cui dipendono. In pochi anni sono tornati alberi, animali, acqua e una parte del reddito. Una comunità molto piccola, quando può davvero prendersi cura del proprio territorio, può fare parecchio.