Pellicce e non solo. Il nuovo fronte aperto dalle associazioni animaliste contro la moda passa anche da coccodrilli, pitoni, lucertole, struzzi e persino dalla lana. Negli ultimi giorni PETA ha trasformato le Fashion Week di mezzo mondo in un terreno di protesta, entrando direttamente nelle sfilate o inscenando azioni fuori dalle passerelle.
Da Londra a Milano, il messaggio è lo stesso: gli animali non sono materiali da indossare. E a Milano, nel giorno di apertura della Fashion Week, alcuni attivisti sono scesi in Piazza Duomo vestiti da “alligatori”, con tanto di body metallizzati, maschere, tacchi alti e mani dipinte di rosso. In mano, cartelli a forma di borsa con slogan contro l’uso delle pelli di animali selvatici.
L’obiettivo era attirare l’attenzione su uno dei comparti più controversi del lusso: quello delle cosiddette exotic skins, le pelli di coccodrillo, alligatore, pitone, lucertola e altri animali selvatici utilizzate soprattutto per borse, scarpe, cinture e accessori.
Ogni borsa in pelle di coccodrillo e ogni cintura in pelle di pitone presentata alla Milan Fashion Week sono state un tempo intrise del sangue di animali terrorizzati che non volevano morire, dichiara Patrizia Re, consulente aziendale senior di PETA, chiedendo ai marchi presenti a Milano di eliminare definitivamente queste pelli dalle collezioni.
Cosa denuncia PETA sull’industria delle pelli esotiche
Le accuse mosse dall’organizzazione sono tutt’altro che leggere. Le indagini condotte negli anni dalle varie articolazioni internazionali di PETA hanno documentato pratiche che l’associazione descrive come estremamente cruente: serpenti colpiti alla testa o gonfiati prima della scuoiatura, coccodrilli uccisi tramite incisioni al collo e barre metalliche, lucertole decapitate e struzzi storditi prima della macellazione. Sono testimonianze e filmati raccolti da PETA all’interno di specifiche filiere e fornitori, che l’organizzazione utilizza per chiedere l’abbandono totale delle pelli di animali selvatici.
Non è la prima volta che Milano finisce nel mirino. Negli ultimi anni gli attivisti hanno interrotto o contestato sfilate di marchi come Gucci e Fendi, entrando anche direttamente in passerella con cartelli contro le exotic skins.
E la pressione sembra aver già prodotto qualche risultato: diversi grandi marchi, tra cui Chanel e Burberry, hanno annunciato negli anni l’eliminazione delle pelli esotiche dalle proprie collezioni. PETA cita anche altre maison e stilisti che hanno scelto materiali alternativi.
Milano ha fatto un passo sulle pellicce, ma non basta
Sul fronte delle pellicce tradizionali qualcosa si è mosso proprio quest’anno. A maggio Camera Nazionale della Moda Italiana ha pubblicato nuove linee guida volontarie per la Milano Fashion Week, invitando i brand a non presentare in passerella capi e accessori realizzati in pelliccia animale a partire dall’edizione di settembre 2026.
Ma cosa vuol dire “volontarie”. Che non si tratta di un divieto vero e proprio: Camera Moda invita i marchi ad adeguarsi, ma non prevede sanzioni per chi decida di continuare a utilizzare pellicce. E soprattutto le linee guida riguardano la pelliccia, non necessariamente tutte le pelli di animali selvatici.
È su questo vuoto che si concentra la protesta di PETA, che chiede a Milano di seguire l’esempio di altre Fashion Week che hanno adottato restrizioni più nette sulle exotic skins.
Da Londra a New York, la protesta arriva direttamente in passerella
Le mobilitazioni non riguardano soltanto rettili e coccodrilli. A Londra, durante la sfilata di H&M del 17 settembre, tre attivisti di PETA hanno fatto irruzione sulla passerella mostrando cartelli contro l’utilizzo della lana. L’azione è arrivata pochi giorni dopo un’altra protesta alla New York Fashion Week durante una sfilata di COS, marchio appartenente allo stesso gruppo H&M.
Fuori dalla sede londinese, altri attivisti hanno inscenato una protesta con finte pecore insanguinate e cartelli che denunciavano i maltrattamenti legati alla produzione di lana.
La campagna nasce da una recente indagine di PETA Asia su un allevamento sudafricano certificato NATIVA collegato, secondo l’organizzazione, alla catena di approvvigionamento del gruppo H&M. Nei filmati diffusi da PETA si vedrebbero lavoratori prendere a calci le pecore, trascinarle per le zampe e lasciarle ferite dopo la tosatura.
PETA sostiene di aver realizzato finora 17 indagini in oltre 150 strutture legate alla produzione della lana, distribuite in sette Paesi e quattro continenti.
Le Fashion Week stanno davvero cambiando?
Secondo PETA, le settimane della moda di Londra, Copenaghen, Melbourne, Stoccolma e Amsterdam hanno già introdotto limitazioni o divieti sulle pelli di animali selvatici. Milano, invece, resta in una posizione più prudente: ha preso una direzione chiara sulla pelliccia, ma per ora senza trasformarla in un obbligo. Anche la stessa Camera Moda parla esplicitamente di linee guida “su base volontaria”. Camera Moda
Probabilmente la moda sta cambiando perché il gusto sta cambiando, perché cresce la pressione dei consumatori, perché alcune maison non vogliono più legare il lusso all’uccisione di animali selvatici. Ma il cambiamento resta ancora molto disomogeneo.
Da una parte ci sono marchi che hanno già eliminato pellicce ed exotic skins; dall’altra, un settore del lusso che continua a considerare coccodrillo, pitone e altre pelli rare come materiali ad alto valore simbolico ed economico.