Il matcha, la polvere di tè verde dal caratteristico colore brillante, è diventato una delle bevande più fotografate sui social, trasformandosi rapidamente da prodotto tradizionale giapponese a vera e propria tendenza globale. Matcha latte, dolci, biscotti e perfino gelati hanno contribuito a farlo conoscere anche a chi fino a pochi anni fa non ne aveva mai sentito parlare.
Il successo è stato tale da mettere sotto pressione la stessa filiera giapponese. La domanda internazionale di matcha è infatti cresciuta rapidamente e la disponibilità di tencha, la materia prima da cui si ottiene questa polvere, fatica a tenere il passo.
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Ma c’è anche un’altra questione che riguarda direttamente chi il matcha lo consuma spesso.
Un test della rivista francese Que Choisir ha analizzato 7 prodotti di diverse fasce di prezzo e qualità. I risultati hanno messo al centro dell’attenzione soprattutto l’alluminio, metallo rilevato in tutti e sette i matcha e in quattro casi il livello misurato supera il valore di riferimento fissato dall’Anses, l’Agenzia francese per la sicurezza sanitaria.
Un dato che va però interpretato con attenzione. Nessuno dei prodotti testati risulta fuori legge, perché nell’Unione europea non esiste attualmente un limite massimo regolamentare specifico per l’alluminio negli alimenti. Infatti Que Choisir scrive:
nonostante il rischio per la salute, l’Unione Europea (UE) non ha, sorprendentemente, definito un livello massimo regolamentare per l’alluminio negli alimenti e nelle bevande, che sono comunque le principali fonti di assunzione.
I valori utilizzati da EFSA e Anses sono infatti riferimenti tossicologici per valutare l’esposizione complessiva, non limiti di legge applicabili al singolo prodotto.
Il matcha non è come il normale tè verde
Per capire perché questo problema riguarda in modo particolare il matcha dobbiamo partire da come viene preparato. Il matcha deriva dal tencha, un tè coltivato in condizioni particolari. Nelle settimane che precedono il raccolto, le piante vengono coperte per ridurre l’esposizione alla luce. Questo favorisce la produzione di clorofilla e contribuisce all’elevata presenza di L-teanina, un amminoacido naturalmente presente nelle foglie di tè.
Dopo il raccolto, le foglie vengono lavorate e macinate finemente fino a diventare una polvere. Ed è qui che sta la differenza fondamentale rispetto a un normale tè verde.
Quando prepariamo un infuso, lasciamo le foglie nell’acqua calda e poi le eliminiamo. Con il matcha, invece, la foglia viene ingerita praticamente per intero, perché la polvere viene semplicemente mescolata all’acqua. Lo stesso vale quando la utilizziamo per preparare un matcha latte.
Questo significa che assumiamo non soltanto le sostanze che hanno contribuito alla fama salutistica del matcha, ma anche le sostanze indesiderate eventualmente presenti nella foglia. E tra queste può esserci appunto l’alluminio.
Perché il tè può contenere alluminio
L’alluminio è un elemento naturalmente presente nell’ambiente e nei terreni e la pianta del tè può assorbirlo dal suolo e accumularlo nelle foglie. Trovarne quindi tracce nel tè non significa automaticamente che il prodotto sia stato contaminato da una pratica scorretta o che sia pericoloso, può trattarsi semplicemente di una componente naturalmente presente nella materia prima.
Nel caso del matcha, però, questo aspetto merita particolare attenzione proprio per il modo in cui viene consumato: la foglia, ridotta in polvere, non viene separata dall’infuso ma ingerita insieme alla bevanda. Di conseguenza, anche l’alluminio eventualmente accumulato dalla pianta viene assunto direttamente.
È proprio per questo motivo che Que Choisir ha voluto verificare non solo la presenza di alluminio, ma anche quella di altri possibili contaminanti e la quantità di L-teanina nei sette matcha analizzati. I laboratori hanno cercato, tra le altre cose, residui di pesticidi, idrocarburi policiclici aromatici, clorati e perclorati, alcaloidi pirrolizidinici e corpi estranei. Le analisi sono state effettuate anche sulla bevanda preparata, così da valutare più concretamente l’esposizione del consumatore.
Ma, come già detto, è proprio l’alluminio ad aver attirato maggiormente l’attenzione. Tutti e sette i matcha lo contenevano e quattro superavano il valore di riferimento utilizzato da Que Choisir, basato sul parametro fissato dall’Anses. In uno dei casi, una sola tazza arrivava a sfiorare quattro volte questo valore.
Questo non significa però che i quattro prodotti siano “illegali” o che una tazza di matcha provochi un’intossicazione. Il riferimento dell’Anses serve infatti a valutare l’esposizione complessiva e ripetuta all’alluminio, considerando quanto ne assumiamo nell’arco della giornata attraverso tutti gli alimenti e non soltanto attraverso una singola bevanda.
Il risultato del test non è comunque un dato isolato. Pochi mesi prima, il CVUA di Stoccarda aveva analizzato 11 campioni di matcha, rilevando concentrazioni di alluminio comprese tra 512 e 2.085 mg/kg, con una media di 1.112 mg/kg. Anche questa indagine aveva quindi evidenziato la presenza di quantità significative di alluminio nelle polveri di matcha.
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Ma quali sono i valori di riferimento? L’EFSA aveva stabilito nel 2008 una dose settimanale tollerabile di 1 mg di alluminio per chilogrammo di peso corporeo, equivalente a circa 143 microgrammi per chilogrammo al giorno. Questo valore riguarda l’esposizione alimentare complessiva.
L’Anses ha successivamente adottato un riferimento più restrittivo, pari a 40 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Per una persona di 70 kg corrisponde a 2,8 mg al giorno.
Secondo i dati riportati da Que Choisir, lo studio francese sulla dieta complessiva pubblicato nel 2026 ha rilevato che il 39% degli adulti francesi supera già questo riferimento attraverso l’alimentazione quotidiana, senza considerare necessariamente il matcha come fonte specifica. L’Anses ha quindi sottolineato la necessità di continuare a ridurre l’esposizione alimentare all’alluminio.
E il matcha venduto in Italia?
C’è una precisazione importante da fare. Il test di Que Choisir è stato condotto su prodotti commercializzati in Francia e non rappresenta quindi un’analisi del mercato italiano. I sette prodotti sono stati acquistati in negozi biologici, negozi specializzati in tè e online e comprendevano sia prodotti biologici sia convenzionali.
Il risultato, tuttavia, è interessante anche per i consumatori italiani. Tra i matcha analizzati ce ne sono anche alcuni acquistabili in Italia. È il caso, ad esempio, di Milia Matcha Cérémonie, Matcha & Co Matcha culinario, Aromandise Matcha e Touch Organic Matcha biologico.
E tra questi il Milia Matcha Cérémonie conteneva 1.010 mg di alluminio per chilogrammo di prodotto. Può sembrare una quantità enorme se espressa in milligrammi per chilo, ma bisogna riportarla alla quantità che effettivamente utilizziamo.
Secondo i dati pubblicati da Milia Matcha sulla propria analisi, 2 grammi di questa polvere corrispondono a circa 2 mg di alluminio. Per una persona di 70 kg, i 2,8 mg al giorno corrispondenti al riferimento Anses significano quindi che una tazza preparata con 2 grammi di questo matcha rappresenterebbe circa il 72% di quel valore di riferimento.
Attenzione però: non significa che il 72% sia la quantità di alluminio che viene assorbita dall’organismo, né che una tazza costituisca il 72% di una dose “massima” consentita. Si tratta di un confronto con un valore di riferimento per l’esposizione complessiva.
Milia Matcha sottolinea inoltre che il proprio valore di 1.010 mg/kg è inferiore alla media rilevata in altri campioni di matcha analizzati in Europa. L’azienda cita, tra gli altri, i matcha analizzati nel gennaio 2026 dal laboratorio pubblico tedesco CVUA di Stoccarda, nei quali sono stati rilevati valori compresi tra 512 e 2.085 mg/kg, con una media di 1.112 mg/kg.
Perché l’alluminio può essere un problema
Il problema riguarda soprattutto un’esposizione elevata e prolungata. Que Choisir ricorda che l’alluminio può avere effetti tossici sul sistema nervoso a dosi elevate e in caso di esposizione cronica. Proprio per questo le autorità hanno definito valori di riferimento per cercare di mantenere l’esposizione della popolazione entro livelli considerati accettabili.
È però importante non confondere un valore di riferimento con una soglia oltre la quale una singola tazza diventa automaticamente pericolosa. La valutazione del rischio deve tenere conto della quantità totale assunta, della frequenza di consumo e delle altre fonti di esposizione.
C’è anche un altro dettaglio importante: ingerire una sostanza non significa necessariamente assorbirla tutta. Secondo i dati riportati da Milia Matcha sulla base delle valutazioni EFSA, solo una piccola frazione dell’alluminio assunto con gli alimenti passa nel sangue, mentre la maggior parte viene eliminata.
Alla fine, la questione da considerare è soprattutto quanto spesso lo consumiamo e quale sia l’esposizione complessiva all’alluminio attraverso la dieta.
Per chi beve occasionalmente un matcha, il risultato del test non significa quindi che debba necessariamente eliminarlo. Diverso è il discorso se la bevanda diventa un’abitudine quotidiana, magari accompagnata da biscotti, dolci e altri prodotti a base di matcha.
Il matcha può tranquillamente restare una parte della nostra alimentazione, ma forse è arrivato il momento di considerarlo per quello che è: un tè particolare e molto concentrato, non un elisir di benessere da bere senza limiti.
Fonte: Que Choisir