Regeni, dopo dieci anni arriva la prima verità giudiziaria: tre condanne e un’assoluzione

Dopo oltre dieci anni dalla scomparsa e dall’uccisione di Giulio Regeni, arriva la prima sentenza nel processo celebrato a Roma contro quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani.

La Prima Corte d’Assise ha condannato a dieci anni di reclusione Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi per il sequestro del ricercatore italiano. Assolto invece Tareq Sabyr.

La Corte non ha riconosciuto le responsabilità per l’omicidio contestate dall’accusa. Per Sharif, indicato dalla Procura come direttamente coinvolto anche nelle torture e nell’uccisione di Regeni, era stato chiesto l’ergastolo.

La sentenza è arrivata dopo circa otto ore di camera di consiglio e rappresenta il primo riconoscimento giudiziario delle responsabilità emerse nell’inchiesta italiana.

I genitori di Giulio Regeni: “Siamo soddisfatti”

Alla lettura del dispositivo erano presenti anche i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme alla sorella Irene e all’avvocata Alessandra Ballerini.
All’uscita dall’aula, i genitori hanno espresso soddisfazione per il risultato raggiunto. Per la famiglia Regeni quella pronunciata a Roma è una tappa di un percorso iniziato nel 2016 e portato avanti negli anni con una richiesta rimasta sempre identica: conoscere fino in fondo cosa sia accaduto a Giulio e individuare tutte le responsabilità.

Fuori dal tribunale di Piazzale Clodio si sono riunite centinaia di persone. Magliette, striscioni e cartelli gialli hanno accompagnato ancora una volta la famiglia, trasformando la giornata del verdetto in un momento collettivo.

Quel giallo, diventato negli anni il colore della campagna per Giulio Regeni, ha seguito praticamente ogni passaggio della vicenda giudiziaria.

Giulio Regeni, dalla scomparsa al ritrovamento del corpo

Giulio Regeni scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016, mentre si trovava in Egitto per una ricerca di dottorato sui sindacati indipendenti. Il suo corpo venne ritrovato il 3 febbraio lungo una strada alla periferia della capitale egiziana. Le condizioni del cadavere mostrarono che il ricercatore era stato sottoposto a violenze e torture prolungate. Da quel momento la magistratura italiana ha cercato di ricostruire chi avesse sorvegliato Regeni, chi lo avesse sequestrato e cosa fosse accaduto nei giorni precedenti alla sua morte.

Un’indagine segnata dai depistaggi

Negli anni sono state avanzate diverse versioni sulla morte di Regeni, dall’ipotesi dell’incidente stradale fino al coinvolgimento di una presunta banda di rapinatori.

Ricostruzioni che non hanno convinto gli investigatori italiani, che hanno continuato a concentrare l’attenzione sugli apparati di sicurezza egiziani.

L’inchiesta è stata resa ancora più difficile dalla scarsa collaborazione delle autorità del Cairo. Molte delle richieste di assistenza giudiziaria inviate dall’Italia sono rimaste senza risposta.

 

Il processo che rischiava di non celebrarsi

Per anni il procedimento è rimasto bloccato anche perché gli imputati non erano mai stati formalmente raggiunti dagli atti giudiziari. La svolta è arrivata con la Corte Costituzionale, che ha stabilito che la mancata collaborazione di uno Stato straniero non può impedire un processo per accuse così gravi.

Questo ha permesso alla giustizia italiana di arrivare fino al verdetto di primo grado. Alla lettura della sentenza erano presenti anche i genitori di Giulio Regeni, Paola Deffendi e Claudio Regeni, che hanno espresso soddisfazione per l’esito del processo.

La vicenda non è chiusa: bisognerà attendere le motivazioni della Corte e gli eventuali successivi gradi di giudizio. Ma dopo oltre dieci anni esiste finalmente una prima verità giudiziaria sul sequestro di Giulio Regeni.

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