“Non posso raccontarlo”: Gisèle Pelicot dà voce alle vittime della sottomissione chimica in un’agghiacciante campagna che tutti dovrebbero vedere

Ci sono violenze che lasciano ferite profonde anche quando manca il ricordo di ciò che è accaduto. È proprio quel vuoto, quell’impossibilità di ricostruire una storia, il centro della nuova campagna nazionale francese dedicata alla sensibilizzazione sulla sottomissione chimica, una forma di violenza in cui una persona viene resa incapace di reagire o ricordare attraverso l’uso di sostanze.

A prestare il proprio volto alla campagna è Gisèle Pelicot, diventata simbolo della lotta contro la violenza sessuale dopo il processo che ha portato alla luce gli abusi subiti per anni dal marito e da decine di uomini e che hanno avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica francese e internazionale.

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Il progetto, promosso dall’associazione #MendorsPas (“Non farmi dormire”) insieme all’agenzia Havas Paris, si basa su un’idea tanto semplice quanto potente: rappresentare il silenzio lasciato da una violenza che, proprio perché non viene ricordata, sembra impossibile da raccontare.

Quando la memoria viene cancellata

Il film della campagna, diretto dalla regista Rebecca Zlotowski, porta alcune persone davanti a una telecamera. La domanda è sempre la stessa:

“Puoi raccontarmi cosa è successo?”

Ma le risposte non arrivano. Davanti a loro ci sono figure familiari o vicine: un compagno, un collega, un nonno. Persone che dovrebbero rappresentare fiducia e sicurezza. Eppure, il racconto si interrompe e restano esitazioni, pause, silenzi.

Fino a una frase sussurrata:

“Non posso.”

E qui arriva il messaggio della campagna:

“Ci sono crimini che non possiamo raccontare, perché non li ricordiamo.”

Una frase che prova a dare forma a uno degli aspetti più destabilizzanti della sottomissione chimica: alcune vittime possono sapere che qualcosa non torna, percepire che è successo qualcosa di grave, ma non avere gli elementi per ricostruire gli eventi. L’assenza di memoria diventa così parte stessa della violenza.

Il film, accompagnato da una composizione originale dell’artista Ysé, si conclude con l’intervento di Gisèle Pelicot, che invita chiunque abbia un dubbio a non ignorarlo e a chiedere aiuto rivolgendosi al CRAFS, il Centro di riferimento francese per le aggressioni facilitate dall’uso di sostanze.

Lo stesso concetto viene ripreso nella campagna affissioni realizzata dalla fotografa Alice Moitié.

Otto ritratti mostrano persone accompagnate da frasi incomplete, come:

“Per anni sono stata ______ da mio marito.”

Al posto della parola mancante compare un nastro che copre la bocca del soggetto fotografato. L’immagine, fortissima, racconta così un doppio vuoto: quello del ricordo e quello delle parole necessarie per descriverlo.

Non è solo una scelta estetica, ma un modo per rendere visibile una condizione difficile da spiegare: qualcosa è accaduto, ma la persona coinvolta può non riuscire a raccontarlo.

La sottomissione chimica non riguarda solo gli sconosciuti

Uno degli obiettivi della campagna è anche quello di superare un’idea ancora molto diffusa: che queste violenze avvengano soprattutto in contesti notturni, per mano di sconosciuti, ad esempio nei locali. Secondo i dati diffusi dall’associazione #MendorsPas, invece, il 75% delle aggressioni sessuali legate alla sottomissione chimica avverrebbe all’interno della cerchia delle persone conosciute dalla vittima.

Un dato che sposta l’attenzione anche sui luoghi considerati “sicuri” e sulle dinamiche di fiducia che possono essere violate.

La campagna sarà diffusa fino al 18 ottobre attraverso televisione, stampa, affissioni digitali, piattaforme online e social network.

Non ricordare non significa che non sia successo nulla. E avere dei dubbi può essere già un motivo sufficiente per cercare aiuto.

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