Trovare un accordo e approvare all’unanimità il ddl contro l’antisemitismo: lo ha chiesto Liliana Segre ai partiti, invitando anche la maggioranza ad aprire a una modifica del testo pur di arrivare a un voto condiviso. “Inessenziale”, però, è la parola scelta dalla stessa Segre per definire quella modifica che dovrebbe chiarire, almeno nero su bianco, che criticare Israele non significa automaticamente essere antisemiti. Che fosse questo proprio uno dei nodi più delicati del ddl sull’antisemitismo?
“Rivolgo un nuovo, accorato appello a tutti i partiti”, ha detto Segre, chiedendo di mettere da parte le speculazioni su un tema che, per la sua storia e per quella del nostro Paese, dovrebbe riuscire almeno una volta a tenere insieme forze politiche molto lontane tra loro.
È esattamente su questo confine che oggi si concentra lo scontro politico e che si è aperta una delle fratture più nette dentro il centrosinistra.
Cosa prevede davvero il ddl contro l’antisemitismo
Il disegno di legge nasce da una proposta presentata nel 2024 dal senatore della Lega Massimiliano Romeo. Durante l’iter parlamentare, ha assorbito altre sei proposte provenienti da forze politiche differenti. Il 4 marzo 2026 il Senato lo ha approvato in prima lettura con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astensioni.
Il testo è ora alla Camera come proposta C.2830 ed è ancora in corso di esame.
La norma ruota attorno alla definizione di antisemitismo elaborata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance, l’Ihra, secondo cui:
“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.”
L’Ihra precisa, inoltre, che le manifestazioni antisemite possono colpire persone, proprietà, istituzioni comunitarie e luoghi di culto ebraici.
Ma il punto più discusso non è tanto questa formulazione generale, quanto gli 11 esempi che la accompagnano. Tra questi ci sono comportamenti inequivocabilmente antisemiti: negare la Shoah, accusare gli ebrei di complotti, attribuire collettivamente agli ebrei le azioni dello Stato di Israele o invocare violenza contro di loro. Accanto a questi, però, compaiono anche esempi legati direttamente a Israele: applicare allo Stato israeliano “due pesi e due misure”, negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione o paragonare le politiche israeliane contemporanee a quelle naziste. Su questo scivoloso terreno nasce lo scontro.
Sicura, Segre, che sia davvero “inessenziale”?
Segre si è detta “incredula” per le divisioni sul ddl e ha ricordato il precedente del Giorno della Memoria, approvato all’unanimità nel 2000 grazie anche al lavoro di Furio Colombo. Secondo la senatrice, le principali forze politiche condividono già tre punti: che “siamo davanti a una ondata di antisemitismo”, che questo fenomeno vada combattuto perché “è un veleno che inquina la nostra vita democratica” e che le nuove norme debbano “salvaguardare il diritto di critica politica al governo di Israele”.
Segre ha poi sottolineato di aver criticato lei stessa “aspramente le posizioni e le scelte degli attuali governanti israeliani”, fino a parlare di “repulsione”, ma ha aggiunto che il ddl “non presenta da questo punto di vista reali criticità”, richiamando la definizione IHRA, che precisa che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”.
Eppure, proprio per superare le divisioni, Segre ha aperto alla possibilità di inserire nel testo un chiarimento ulteriore su questo punto, definendolo però “una inessenziale modifica”: “se per giungere a quella convergenza trasversale che ho sempre auspicato fosse necessario ribadire nel testo il medesimo principio, sarebbe il caso di aprirsi a questa inessenziale modifica”.
Definire “inessenziale” una modifica pensata per separare con maggiore chiarezza l’antisemitismo dalla critica politica a Israele rischia di minimizzare il nodo principale del ddl, non credete? Segre sostiene che il testo non presenti “reali criticità” e ricorda che la stessa definizione Ihra esclude dall’antisemitismo le critiche a Israele analoghe a quelle rivolte ad altri Stati. Ma gli oppositori contestano proprio ciò che accade quando quella definizione, nata come strumento operativo, entra in una legge e diventa un riferimento per istituzioni, amministrazioni e attività di monitoraggio.
L’unanimità non può essere l’obiettivo a qualsiasi costo. Se una norma tocca insieme antisemitismo, libertà di espressione e critica politica, la precisione delle parole conta più della compattezza del voto parlamentare.
Il vero nodo del ddl
Criticare Israele non diventerebbe automaticamente antisemitismo e il testo non introduce nuovi reati. Ma resta aperta la questione di quali criteri verranno utilizzati per riconoscere l’antisemitismo e di quanto margine interpretativo lasceranno. È questo che divide il Parlamento e anche parte del mondo ebraico e accademico. M5S e Avs sono contrari, Azione e Italia Viva hanno sostenuto il provvedimento, mentre nel Pd lo scontro tra la linea di Elly Schlein e l’area riformista è ormai esplicito.
Fuori dal Parlamento, inoltre, l’appello “Da italiani e da ebrei diciamo no al ddl antisemitismo”, firmato tra gli altri da Anna Foa e Gad Lerner, contesta proprio il rischio che alcuni esempi della definizione Ihra possano sovrapporre antisemitismo e giudizio politico su Israele.
L’antisemitismo va contrastato senza ambiguità. E per questo liquidare come “inessenziale” una garanzia in più sulla libertà di critica appare difficile da sostenere. Su una legge destinata a fissare criteri utilizzati dalle istituzioni, le parole non sono un dettaglio e l’unanimità non può sostituire la chiarezza normativa.
La sfida sarebbe quindi approvare una legge che distingua davvero l’odio contro gli ebrei dal dissenso politico.