Striscione rimosso a Genova, tutta colpa degli asterischi. Valditarra: “indottrinano i nostri bambini” con l’ideologia woke

Il 25 settembre 2026 due agenti in borghese hanno rimosso da una cancellata davanti alla scuola primaria Daneo di Genova uno striscione con scritto “Qui nessun* è stranier*”. Secondo gli atti parlamentari, era stato realizzato dagli alunni e affisso dai genitori in occasione dell’arrivo della “fiaccola della pace”, dentro un’iniziativa dedicata a pace, inclusione e diritti umani. La Questura ha poi avviato accertamenti interni sulle ragioni dell’intervento.

Il caso è arrivato in Senato attraverso più atti parlamentari. Il 29 settembre sono state depositate due interrogazioni rivolte al ministro dell’Interno: una del Pd, prima firma Lorenzo Basso, e una del M5S, presentata da Luca Pirondini. Il 30 settembre sono state poi pubblicate altre due interrogazioni rivolte direttamente a Giuseppe Valditara, una del M5S e una del Pd, entrambe affrontate nel question time del 1° ottobre. E lì, in mezzo a Polizia, Comune, decreto e integrazione scolastica, ha conquistato il centro della scena lui: l’asterisco.

Valditara ha prima ricostruito la rimozione: la cancellata, ha spiegato, non sarebbe di pertinenza della scuola; l’intervento delle forze dell’ordine sarebbe partito da una segnalazione della Polizia locale e nessun ordine sarebbe arrivato dal Ministero o dal personale scolastico. Sulla rimozione, ha aggiunto, la domanda andrebbe rivolta soprattutto alla sindaca di Genova Silvia Salis. Nel resoconto stenografico della seduta il ministro aggiunge anche che la Questura “ne era all’oscuro”.

La ricostruzione diffusa dopo l’episodio riferiva infatti che la Questura aveva precisato come la rimozione non fosse stata disposta dalla dirigenza della Polizia: i due agenti, impegnati in un normale servizio di controllo del territorio, avrebbero agito d’iniziativa dopo una segnalazione proveniente dalla sala operativa della Polizia locale. Lo stesso passaggio compare anche nell’interrogazione del M5S del 29 settembre. L’“all’oscuro” pronunciato da Valditara può quindi riferirsi ai vertici della Questura e non necessariamente all’assenza di qualsiasi passaggio operativo. Gli accertamenti interni servono proprio a ricostruire chi abbia deciso cosa.

Poi è cominciata la lezione di grammatica. E da lì il viaggio è diventato parecchio più lungo. Valditara ha detto di condividere il messaggio secondo cui a scuola nessun bambino è straniero. Ha però contestato la grafia scelta, ricordando che l’italiano non possiede un genere neutro e definendo l’asterisco un linguaggio non diffuso né utilizzato negli ambiti ufficiali, riconducibile secondo lui all’“ideologia woke”. Fino alla conclusione: usarlo con i bambini sarebbe un “atto di prepotenza” e un modo per “indottrinare i nostri bambini”.

In pochi minuti, quindi, il piccolo * è riuscito a passare da segno grafico a problema grammaticale, poi a ideologia e infine a strumento di indottrinamento. Una carriera che molti esseri umani impiegano decenni a costruire.

Sull’asterisco la Crusca non dà ragione agli entusiasti

Una cosa, però, va detta subito: sul piano strettamente linguistico le obiezioni all’asterisco esistono eccome. L’Accademia della Crusca se ne occupa da anni e la sua posizione, nella consulenza dedicata al tema, è piuttosto fredda. L’italiano standard distingue maschile e femminile e non possiede il neutro grammaticale; l’asterisco, inoltre, non si può pronunciare. Per la Crusca può funzionare in alcuni messaggi scritti privati, professionali o sindacali all’interno di gruppi omogenei, mentre non è adatto a testi di legge, avvisi, comunicazioni pubbliche o testi destinati alla lettura ad alta voce.

Insomma, se dobbiamo correggere un compito di italiano standard, l’asterisco non esce esattamente con il bollino bravissim*. Su un punto, quindi, Valditara e la Crusca possono essere d’accordo: nelle comunicazioni pubbliche quel segno è sconsigliato.

La stessa Crusca tiene però distinto il problema linguistico dalla discussione sociale che gli gira intorno. Riconosce come legittima l’attenzione verso il sessismo nella lingua, pur ritenendo poco praticabili alcune delle soluzioni proposte. Criticare l’asterisco sul piano grammaticale è una cosa. Definirne l’uso con i bambini un atto di “indottrinamento” è la qualificazione politica scelta dal ministro.

Anche il Ministero, con una nota di marzo 2025, ha chiesto alle scuole di evitare asterisco e schwa nelle comunicazioni ufficiali delle istituzioni scolastiche e di attenersi alle forme grammaticali codificate. Lo striscione della Daneo, però, nei documenti parlamentari è descritto come realizzato dagli alunni e affisso dai loro genitori, non come una circolare, un avviso o un documento ufficiale dell’istituto. L’asterisco può dunque prendere un’insufficienza nello standard scritto. La voce “woke” sul registro la mette Valditara.

Chi ha “indottrinato” chi?

C’è poi un passaggio meno grammaticale. Nei documenti parlamentari sul caso, lo striscione viene descritto come realizzato dagli alunni e affisso dai loro genitori.

Due giorni dopo la rimozione, però, Valditara aveva già dato una lettura molto più netta dell’episodio. In un post Facebook del 27 settembre, aveva parlato di “strumentalizzazione di bambini costretti a scrivere striscioni antigovernativi in stile woke”.

Il materiale parlamentare documenta due piani diversi: da una parte l’accusa politica di strumentalizzazione formulata dal ministro; dall’altra la ricostruzione degli interroganti, secondo cui lo striscione era stato preparato per l’arrivo della fiaccola della pace e poi affisso dai genitori. Una costrizione dei bambini non risulta accertata come fatto. Una distinzione abbastanza importante, soprattutto mentre si discute di insegnare agli alunni a sviluppare un autonomo spirito critico.

Lo striscione nasce mentre cambiano le regole sulle classi

La protesta nasce nel dibattito sulla misura poi confluita nel decreto-legge 170 del 30 settembre 2026, entrato in vigore il 1° ottobre e dedicato anche all’integrazione degli studenti stranieri.

Dal 2027/2028 il decreto introduce un limite del 30% per alcune categorie di studenti con cittadinanza non italiana nelle classi prime. Alla primaria vengono conteggiati gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia oppure non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori rientrano invece quelli che non hanno frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale di istruzione. È quanto stabilisce l’articolo 13 del decreto.

Valditara presenta la misura soprattutto come uno strumento per favorire l’apprendimento dell’italiano e l’integrazione. Il testo, però, non prevede una prova di competenza linguistica per stabilire chi rientra nel conteggio: utilizza cittadinanza, luogo di nascita e percorso scolastico. Prevede inoltre che, quando le iscrizioni non consentono di rispettare il limite, gli uffici scolastici territoriali distribuiscano gli studenti tra scuole vicine rispettando il principio di prossimità al domicilio e alcune esigenze familiari.

È su questo terreno che la Daneo è diventata un caso nazionale. Solo che la discussione partita dalla composizione delle classi, dalle risorse per l’italiano e dalla rimozione di uno striscione è riuscita a fermarsi parecchio a lungo su un carattere della tastiera.

Rimangono una Questura che ha avviato accertamenti sulla rimozione, un decreto appena entrato in vigore e una discussione concreta su come distribuire gli studenti e sostenere chi deve imparare l’italiano. Nel frattempo l’asterisco ha già fatto carriera: da segno grafico non standard a “indottrinamento” nelle parole del ministro. Per qualcosa che tecnicamente non si può nemmeno pronunciare, fa parecchio rumore.

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