Questa start-up francese ha inventato una fioriera urbana che produce acqua dall’aria e irriga da sola le sue piante

Sul porto del Crouesty, in Francia, per dieci settimane una grossa fioriera con sedute ha fatto qualcosa di piuttosto insolito: ha preso l’umidità dell’aria, l’ha trasformata in acqua e l’ha usata per tenere in vita le proprie piante e contribuire a rinfrescare lo spazio intorno. Durante la sperimentazione l’Oasis sviluppata dalla start-up francese BORVO ha prodotto tra 12 e 15 litri d’acqua al giorno, senza prelevarli dalla rete idrica.

C’è anche un numero che inevitabilmente attira l’occhio: durante un rilevamento effettuato nello stesso momento, la superficie del molo misurava 30 °C, mentre sotto la vegetazione dell’Oasis il termometro segnava 18 °C. Dodici gradi di differenza. Con una precisazione abbastanza importante: parliamo della temperatura superficiale del suolo in una singola misurazione, non di dodici gradi sottratti all’aria di un’intera piazza.

L’acqua arriva dall’umidità dell’aria

Il sistema si chiama AWG, Atmospheric Water Generation, e il principio assomiglia a ciò che succede quando compare la condensa su una superficie fredda: l’aria viene raffreddata fino a far condensare parte del vapore acqueo che contiene.

BORVO spiega il funzionamento del suo generatore atmosferico: secondo l’azienda, per ottenere un litro d’acqua vengono trattati circa 120 metri cubi d’aria. La resa dipende da temperatura e umidità, motivo per cui la produzione viene concentrata soprattutto nelle ore notturne, quando l’aria è generalmente più umida.

L’acqua ottenuta dalla condensa, però, non finisce direttamente nelle radici. Nel sistema sperimentato al Crouesty passa prima attraverso carbone attivo, viene remineralizzata e sottoposta a disinfezione con raggi ultravioletti. La remineralizzazione ha una ragione molto pratica: l’acqua condensata è quasi distillata e quindi troppo povera di minerali persino per le piante.

Nel prototipo questa acqua è destinata esclusivamente all’irrigazione e al raffrescamento, anche attraverso una nebulizzazione fine quando serve. BORVO specifica che, almeno nella configurazione sperimentale, non è acqua destinata al consumo umano.

Quei 12 °C riguardano il suolo

La vegetazione fa poi il resto. Ombra ed evapotraspirazione riducono il riscaldamento delle superfici, mentre la nebulizzazione può contribuire localmente al comfort nelle giornate calde.

È dentro questo piccolo microclima che va letto il passaggio da 30 a 18 °C rilevato sul porto. Il confronto è stato effettuato nello stesso momento tra il suolo esposto del molo e quello sotto la copertura vegetale dell’Oasis. È un dato interessante, soprattutto in uno spazio molto mineralizzato, però non equivale a una riduzione di 12 °C della temperatura ambiente e non basta da solo a misurare l’effetto su un’intera area urbana.

La stessa BORVO, durante la sperimentazione, ha installato sensori per seguire temperatura dell’aria, umidità, quantità di acqua prodotta, livello dei serbatoi e condizioni dei vegetali. Il progetto nasce proprio come banco di prova: raccogliere dati sul campo prima di moltiplicare le Oasis in piazze, porti e altri spazi pubblici.

Una fioriera che si posa senza rifare la piazza

Uno degli obiettivi del progetto è evitare interventi pesanti. I moduli sono pensati per essere posati, smontati e riconfigurati senza fondazioni in cemento o grandi lavori, caratteristica interessante soprattutto nei luoghi dove rompere pavimentazioni e costruire nuove reti comporterebbe costi e tempi ben diversi da quelli di una fioriera. Solo che questa fioriera ha sensori, serbatoi e un piccolo impianto per fabbricarsi l’acqua.

Il dimostratore è stato installato nell’estate 2026 in collaborazione con la Compagnie des Ports du Morbihan e con il sostegno della Regione Bretagna, dentro il programma INNO Expé Sobriété, nato per sostenere sperimentazioni orientate anche alla riduzione del consumo di risorse.

BORVO ha annunciato l’avvio della commercializzazione nell’autunno 2026 e punta alle prime installazioni nella primavera 2027. Il test bretone, quindi, è servito anche a capire se il prototipo potesse uscire dal porto e diventare un prodotto vero. I primi numeri sono promettenti, con un confine abbastanza netto: sappiamo quanta acqua ha prodotto il modulo e abbiamo quella differenza puntuale di temperatura al suolo. Per capire quanto una rete di queste Oasis possa incidere davvero sul caldo urbano serviranno misure più estese, soprattutto sulla temperatura dell’aria, sui consumi energetici e sulle prestazioni in luoghi meno umidi della costa bretone.

Per ora la macchina riesce almeno in una cosa molto concreta: far crescere del verde sopra il cemento usando anche l’acqua che prima se ne stava sospesa nell’aria. E, nelle città d’estate, non è esattamente una risorsa difficile da trovare.

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