“Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete un famiglia, scegliete un maxi-televisore del c*zzo”. Nel 1996 quelle parole aprivano uno dei film destinati a segnare più profondamente l’immaginario degli anni Novanta. Oggi, a trent’anni di distanza, Trainspotting torna sul grande schermo.
Il film di Danny Boyle, che trasformò un gruppo di giovani tossicodipendenti di Edimburgo in uno dei ritratti più feroci e riconoscibili di una generazione, sta per tornare sul grande schermo. In occasione del suo trentesimo anniversario, Trainspotting arriverà nuovamente nei cinema italiani in versione restaurata in 4K per un evento speciale di soli tre giorni: 19, 20 e 21 ottobre 2026.
Un ritorno che è soprattutto l’occasione per vedere, o scoprire per la prima volta, una pellicola che non si è limitata a raccontare gli anni Novanta, ma ne ha catturato l’inquietudine, l’energia e il senso di disillusione.
Molto più di una pellicola sulla tossicodipendenza
Diretto da Danny Boyle e tratto dall’omonimo romanzo pubblicato da Irvine Welsh nel 1993, Trainspotting segue Mark Renton, interpretato da un giovanissimo Ewan McGregor, nella sua vita ai margini della società. Accanto a lui ci sono Sick Boy, interpretato da Jonny Lee Miller, Spud (Ewen Bremner), Tommy (Kevin McKidd) e soprattutto l’imprevedibile e violentissimo Begbie, interpretato da Robert Carlyle.
Sono amici, complici e allo stesso tempo parte della trappola dalla quale Renton cerca continuamente di fuggire. La loro quotidianità è scandita dall’eroina, dall’alcol, da piccoli reati, relazioni distruttive, tentativi di disintossicazione e ricadute. Ma ridurre Trainspotting a un film sulla droga sarebbe perdere gran parte di quello che lo ha reso così importante.
Il film, che ha fatto il suo debutto nelle sale britanniche a febbraio del 1996, si apre con uno dei monologhi più celebri del cinema degli anni Novanta. «Choose Life», scegli la vita. Solo che Renton non lo pronuncia come uno slogan motivazionale. È esattamente il contrario. Il suo elenco di lavoro, famiglia, televisori, elettrodomestici, mutui e consumo diventa una presa in giro della vita rispettabile che la società gli propone, anzi gli impone. Renton osserva quel modello e decide di sottrarsi.
Il problema è che l’alternativa che sceglie non porta alla libertà, ma a un’altra forma di dipendenza. È proprio questa ambiguità a rendere ancora oggi potente Trainspotting: i suoi protagonisti cercano disperatamente di fuggire da un’esistenza che percepiscono come vuota, ma finiscono spesso dentro qualcosa di ancora più distruttivo.
Dietro le immagini allucinate, l’umorismo nerissimo e alcune scene diventate leggendarie c’è infatti il ritratto di una generazione cresciuta in un contesto segnato dalla precarietà e dalla disillusione. Boyle non osserva Renton e gli altri dall’esterno e non costruisce una semplice lezione morale sulle dipendenze. Porta lo spettatore dentro il loro mondo. La macchina da presa corre, precipita, deforma la realtà. Ci sono momenti grotteschi, euforici e improvvisamente terribili. Anche per questo Trainspotting riuscì a raccontare la droga senza trasformarsi né in una predica né in una celebrazione. Il risultato fu un film sporco, velocissimo e profondamente pop, capace di parlare a un pubblico molto più grande di quello a cui sembrava destinato.
La colonna sonora diventata leggenda
È praticamente impossibile separare Trainspotting dalla sua musica. Iggy Pop, Lou Reed, Blur, New Order, Primal Scream e soprattutto gli Underworld contribuirono a costruire un’identità sonora che è diventata parte integrante del film.
E se c’è un brano che più di ogni altro continua a essere associato a Trainspotting, è “Born Slippy .NUXX” degli Underworld, utilizzato nella parte finale della pellicola e diventato uno degli inni della cultura club britannica degli anni Novanta. La musica non accompagna semplicemente le immagini: detta il ritmo del film e contribuisce a quella sensazione di corsa continua che attraversa tutta la storia.
Perché Trainspotting funziona ancora trent’anni dopo
Sono cambiate le mode, la musica, le città e persino molte delle dipendenze che segnano le nuove generazioni. Eppure alcune delle domande di Trainspotting sono rimaste sorprendentemente riconoscibili.
Che cosa significa avere successo? Quanto delle nostre vite scegliamo davvero? E cosa succede quando non ci riconosciamo nel futuro che ci viene proposto? Forse è questo che ha impedito al film di diventare soltanto una fotografia nostalgica degli anni Novanta.
Trent’anni dopo la sua uscita, Trainspotting conserva quella combinazione difficilissima di rabbia, ironia, disgusto e desiderio di libertà che lo trasformò in un cult. E dal 19 al 21 ottobre 2026, per tre giorni, sarà di nuovo possibile sentir partire quelle prime note e vedere Renton correre sul grande schermo, stavolta in 4K.