A Napoli arrivano le “cure sospese”: visite mediche ed esami gratis per chi non riesce più a permetterseli

A Napoli il caffè sospeso cambia forma, come ha già fatto tante altre volte. Non si lascia più soltanto una tazzina già pagata per chi verrà dopo: oggi, davanti a famiglie che faticano a sostenere persino le spese sanitarie, la solidarietà arriva fino agli ambulatori.

Nascono così le “cure sospese”: visite specialistiche, esami diagnostici e consulenze offerte gratuitamente da medici e associazioni a chi non può permettersi di pagarli. È uno dei segnali più evidenti di una fragilità economica che non riguarda più soltanto il carrello della spesa. Nel capoluogo partenopeo, aumentano sia le richieste agli empori solidali della Caritas sia quelle di assistenza sanitaria gratuita.

Quando il reddito non basta più, di fatto, a essere rimandati possono essere il cibo di qualità, ma anche una visita medica o un controllo specialistico. Ed è in questi che prova a intervenire una rete fatta di volontari, medici, associazioni, parrocchie e realtà del Terzo settore.

Le “cure sospese”: a Bagnoli e Soccavo i medici visitano gratuitamente

L’idea parte da una tradizione profondamente napoletana: quella del caffè sospeso. Chi può lascia qualcosa a chi, in quel momento, non può permetterselo. Solo che al posto del caffè ci sono visite mediche. Nella zona di Bagnoli, l’Auser (Associazione di volontariato) ha aperto un ambulatorio sociale nella sede dello Spi Cgil, dove medici specialisti mettono a disposizione gratuitamente le proprie competenze. Altre consulenze vengono offerte anche a Villa Medusa.

Nel quartiere di Soccavo, invece, l’associazione Medici di Strada e la parrocchia Madonna de La Salette hanno dato vita a un ambulatorio che può contare su 15 specialisti e funziona su prenotazione.

Sono esperienze nate per intercettare chi rischia di lasciare in sospeso la propria salute perché una visita privata costa troppo o perché, semplicemente, nel bilancio familiare altre spese vengono prima. Il concetto di “cura sospesa”, allora, assume un significato quasi letterale: impedire che una diagnosi, un controllo o una visita vengano rinviati esclusivamente per ragioni economiche.

A Napoli aumentano anche le famiglie che fanno la spesa negli empori solidali

La stessa difficoltà emerge osservando gli empori solidali. In città, quelli della Caritas sono ben sette: piccoli supermercati nei quali le persone in difficoltà possono scegliere gratuitamente generi alimentari e prodotti essenziali per la casa. E le richieste stanno aumentando. All’emporio “Gocce di Rugiada” di Poggioreale, gli accessi sarebbero passati da circa 20 a 50 al giorno. A chiedere aiuto sono soprattutto famiglie napoletane, comprese quelle più giovani. L’emporio collabora inoltre con due catene di supermercati del territorio che forniscono anche prodotti prossimi alla scadenza, permettendo così di unire il sostegno alle famiglie al recupero delle eccedenze alimentari.

Nella periferia orientale della città, tra San Giovanni a Teduccio e Barra, l’Emporio Solidale San Giuseppe segue invece stabilmente circa 240 famiglie, alle quali se ne aggiungono altre 80 assistite occasionalmente. Solo nell’ultimo anno avrebbe distribuito circa 90 tonnellate di alimenti e altre 10 tonnellate tra prodotti per la casa ed effetti personali. In tutto, circa 100 tonnellate di beni. Le richieste sarebbero aumentate di circa il 20%.

Come si fa la spesa senza pagare

Il funzionamento degli empori solidali è diverso dalla tradizionale distribuzione del pacco alimentare. Le famiglie vengono innanzitutto incontrate dagli operatori e, sulla base della composizione del nucleo e della situazione economica, ricevono un credito espresso in punti con cui possono entrare nell’emporio e scegliere autonomamente di cosa hanno bisogno.

Il carrello, quindi, non viene preparato da qualcun altro: ciascuna famiglia sceglie gli alimenti e i prodotti necessari. Ed è proprio questo uno degli elementi che distinguono gli empori solidali dalle forme più tradizionali di assistenza: l’obiettivo non è soltanto distribuire beni, ma cercare di preservare autonomia e possibilità di scelta.

A Napoli sono attivi anche altri progetti di sostegno alimentare. Nel 2026 la Fondazione Prosolidar ha finanziato “Mai più fame”, rivolto a 100 famiglie di Forcella e dei Quartieri Spagnoli. Il progetto Cesvi-Intesa Sanpaolo, attivo da marzo a novembre, ha invece finanziato 4mila pacchi alimentari destinati a oltre 400 famiglie napoletane, circa metà dei quali indirizzati a 200 nuclei della Municipalità 7.

Gli empori solidali in Italia

Quello che sta accadendo a Napoli si inserisce in un fenomeno ormai diffuso a livello nazionale. Secondo il rapporto Euricse “Gli empori solidali in Italia: oltre la distribuzione alimentare”, nel maggio 2025 erano attivi in Italia 309 empori solidali. Nel 2021 erano 193. In quattro anni sono quindi aumentati di oltre cento unità, una crescita collegata anche all’aumento delle persone e delle famiglie in condizioni di fragilità economica.

La distribuzione, tuttavia, non è uniforme. Circa il 48% degli empori si trova nel Nord Italia, il 29% al Centro e il 23% al Sud, dove continuano a essere maggiormente diffuse forme di assistenza più tradizionali, come pacchi alimentari e mense.

empori solidali

@Euricse

Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna concentrano da sole oltre il 48% degli empori censiti. Non sono più soltanto supermercati solidali

Secondo il rapporto Euricse, inoltre, gli empori stanno progressivamente smettendo di essere esclusivamente luoghi in cui recuperare gratuitamente pasta, latte, conserve o prodotti per l’igiene e in molti casi stanno diventando veri e propri “hub di comunità”, dove alla distribuzione alimentare si affiancano doposcuola, corsi di italiano, attività culturali, cene di quartiere, sportelli di orientamento lavorativo, supporto psicologico e iniziative contro lo spreco alimentare.

Alcuni organizzano anche percorsi di educazione al consumo, aiutando le persone a ragionare sulle proprie scelte alimentari e a distinguere tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo. Il modello prova quindi ad allontanarsi dall’idea di assistenza puramente passiva: chi entra non riceve semplicemente una scatola preparata da altri, ma mantiene una parte di autonomia.

Il bisogno materiale rimane il punto di partenza, ma attorno alla distribuzione di cibo possono svilupparsi reti capaci di rispondere anche a problemi sanitari, educativi, lavorativi. E Napoli ne è la dimostrazione: qui il passaggio dalla “spesa sospesa” alla “cura sospesa” fotografa un confine che si sta spostando e ci spinge a un interrogativo urgente: il fatto che siano necessari medici volontari per garantire cure a chi non può pagarle, non la dice lunga anche sulla dimensione del bisogno a cui quella rete sta cercando di rispondere? Ci sembra un segnale abbastanza concreto di quanto il carovita stia trasformando bisogni essenziali in spese sempre più difficili da sostenere.

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