Barilla vince la class action negli USA: la scritta sulla confezione di pasta non ingannava i consumatori

Una scritta sulla confezione, i colori della bandiera italiana e una domanda molto semplice: questa pasta Barilla venduta negli Stati Uniti, è prodotta in Italia come sembra? È attorno a questo dubbio che nel 2022 è nata una class action contro Barilla America, arrivata ora alla sua conclusione.

La vicenda riguarda la dicitura “Italy’s #1 Brand of Pasta”, presente sul fronte di 54 varietà di pasta Barilla vendute negli Stati Uniti durante il periodo considerato dalla causa. Secondo i consumatori che hanno promosso l’azione legale, quella frase, accompagnata dagli elementi grafici tricolore presenti sulla confezione, poteva far pensare che la pasta fosse prodotta in Italia e realizzata con ingredienti provenienti dall’Italia.

Il problema, sostenevano i ricorrenti, era che la pasta venduta negli Stati Uniti veniva invece prodotta negli stabilimenti Barilla di Ames, in Iowa, e Avon, nello Stato di New York, utilizzando grano proveniente da diversi Paesi. La causa non metteva quindi in discussione l’origine italiana del gruppo Barilla, ma il possibile effetto che il modo di presentare il prodotto poteva avere sui consumatori americani.

La class action contro Barilla

I due consumatori che hanno avviato la causa, Matthew Sinatro e Jessica Prost, avevano acquistato pasta Barilla in California nel 2021. Sinatro ha raccontato di essere alla ricerca di pasta italiana e di aver scelto Barilla dopo aver visto sulla confezione la scritta relativa all’Italia e gli elementi grafici tricolore. Prost ha invece sostenuto che la dicitura “Italy’s #1 Brand of Pasta” le aveva fatto pensare che gli spaghetti fossero prodotti in Italia.

Nel giugno 2022 è stata quindi presentata una class action contro Barilla America, sostenendo che quella comunicazione fosse ingannevole. Secondo i ricorrenti, l’etichetta, inserita in una più ampia strategia di comunicazione incentrata sull’identità italiana del marchio, avrebbe portato i consumatori a credere che la pasta fosse fatta in Italia con ingredienti italiani, quando invece veniva prodotta negli Stati Uniti.

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All’inizio della causa i consumatori avevano avanzato diverse contestazioni, tra cui violazioni delle norme californiane sulla concorrenza sleale e sulla pubblicità ingannevole, oltre a una richiesta relativa alla garanzia sul prodotto e a un presunto arricchimento ingiusto di Barilla.

Nel maggio 2024 il tribunale ha certificato una class action limitata ai consumatori residenti in California che, nei quattro anni precedenti alla presentazione della denuncia, avevano acquistato i prodotti interessati dalla controversa dicitura per uso personale e non per rivenderli. Le richieste relative a una classe nazionale erano state invece eliminate dalla causa.

Nel frattempo, però, Barilla aveva già iniziato a modificare il design delle confezioni e la scritta “Italy’s #1 Brand of Pasta” non compariva più al momento della decisione. La controversia riguardava quindi i prodotti venduti nel periodo precedente al cambiamento.

Un elemento è stato particolarmente importante nel ragionamento del tribunale. Sul fronte delle confezioni contestate compariva la scritta “Italy’s #1 Brand of Pasta”, affiancata da tre elementi colorati in verde, bianco e rosso. Ma sul lato della confezione, nella zona dedicata alle informazioni nutrizionali, compariva anche la dicitura “Made in the U.S.A. with U.S.A. and imported ingredients”, cioè che il prodotto era realizzato negli Stati Uniti con ingredienti statunitensi e importati.

Ed è proprio qui che si è concentrata una parte importante dell’analisi del giudice Ajay Krishnan.

Prima di tutto, il tribunale ha osservato che, se la frase “Italy’s #1 Brand of Pasta” viene interpretata come un’affermazione relativa al marchio, essa è vera. Le prove presenti nel procedimento mostravano infatti che Barilla aveva una posizione di leadership nel mercato italiano della pasta ed era considerata il marchio di pasta più popolare in Italia.

Il giudice ha quindi definito questa come la lettura più plausibile della frase. Il problema era capire se, oltre a questo significato, un consumatore ragionevole potesse interpretarla anche come una dichiarazione secondo cui la pasta contenuta nella confezione era prodotta in Italia con ingredienti italiani.

Per sostenere la propria tesi, i ricorrenti avevano presentato anche uno studio sulla percezione dei consumatori. Il sondaggio aveva coinvolto 582 persone e chiedeva se la frase contestata comunicasse che gli ingredienti del prodotto provenissero dall’Italia. Il 57% dei partecipanti aveva risposto affermativamente.

Ma per il giudice questo studio presentava un problema metodologico fondamentale: la domanda proponeva ai partecipanti proprio quella specifica interpretazione della frase e offriva soltanto tre possibili risposte, sì, no e “non so”.

Secondo il tribunale, in questo modo il sondaggio indirizzava i partecipanti verso un particolare significato della scritta senza consentire di verificare adeguatamente se avessero attribuito spontaneamente alla frase altri significati. Per questo motivo il giudice ha escluso dal procedimento le opinioni dell’esperto basate su quel sondaggio, ritenendolo non sufficientemente affidabile.

Senza quella testimonianza, restavano soprattutto le dichiarazioni dei due consumatori che avevano promosso la causa. Alla fine, il tribunale ha ritenuto che le loro testimonianze, da sole, non fossero sufficienti a dimostrare che una parte significativa dei consumatori potesse essere ingannata dalla confezione.

Il tribunale ha poi affrontato direttamente la questione della confezione nel suo complesso. La conclusione è stata che “Italy’s #1 Brand of Pasta” è una frase ambigua rispetto all’origine geografica del prodotto ma non dice esplicitamente che la pasta sia prodotta in Italia. Il significato più immediato riguarda infatti il marchio, cioè il fatto che Barilla sia il numero uno in Italia.

Proprio perché la frase non costituisce una dichiarazione inequivocabile secondo cui la pasta sarebbe stata prodotta in Italia, il giudice ha ritenuto possibile considerare anche le altre informazioni presenti sulla confezione. Tra queste c’era la dicitura che specificava chiaramente la produzione negli Stati Uniti con ingredienti statunitensi e importati.

Il tribunale ha sottolineato inoltre una distinzione importante: non è sufficiente che una confezione possa essere fraintesa da alcuni consumatori per considerarla giuridicamente ingannevole.

La decisione del Tribunale

Il 30 settembre 2026, il magistrato Ajay Krishnan ha quindi accolto la richiesta di Barilla di ottenere il summary judgment, una decisione che chiude la controversia senza che sia necessario arrivare a un processo davanti a una giuria.

Il tribunale ha dato ragione a Barilla per due motivi indipendenti. Da una parte, ha escluso dal procedimento la principale testimonianza basata sul sondaggio sulla percezione dei consumatori, ritenendo che non fosse sufficientemente affidabile. Dall’altra, ha stabilito che la confezione, considerata nel suo insieme, non fosse ingannevole sotto il profilo giuridico.

Il giudice ha inoltre respinto le altre pretese dei consumatori. La scritta contestata, secondo la sentenza, non costituiva una garanzia esplicita sul fatto che la pasta fosse prodotta in Italia o che gli ingredienti fossero italiani. Anche la richiesta relativa all’ingiusto arricchimento è quindi venuta meno.

La conclusione del tribunale è particolarmente chiara sul punto centrale della controversia: l’identità italiana del marchio Barilla non è ingannevole. Il gruppo è stato fondato in Italia, ha tuttora la propria sede in Italia ed è il marchio di pasta più popolare in Italia.

Fonte: United States District Court Northern District of California

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