Il 28 febbraio 1927, nell’orto botanico di Conakry, nell’allora Guinea francese, il biologo russo Ilya Ivanov inseminò artificialmente due scimpanzé femmine con sperma umano. Il 25 giugno fece lo stesso con una terza. Nessuna rimase incinta. La parte più inquietante della storia arriva subito dopo: Ivanov progettò anche l’esperimento inverso, cioè inseminare donne con sperma di grandi scimmie.
Non è una leggenda sovietica cresciuta a forza di racconti su Stalin e fantomatici super-soldati metà uomo e metà scimmia. La vicenda è stata ricostruita dallo storico della scienza Kirill Rossiianov attraverso documenti e archivi e pubblicata nel 2002 su Science in Context. Il suo studio sull’esperimento di Ivanov descrive uno degli episodi più controversi della sperimentazione sui primati nel Novecento.
Ivanov non era uno scienziato ai margini
Prima di arrivare agli scimpanzé, Ivanov aveva costruito una carriera molto più rispettabile. Era uno specialista di riproduzione animale e aveva contribuito allo sviluppo e alla diffusione dell’inseminazione artificiale negli animali da allevamento, lavorando anche sull’ibridazione tra specie diverse.
Nel 1910 aveva già discusso pubblicamente la possibilità di ottenere un incrocio tra esseri umani e grandi scimmie attraverso l’inseminazione artificiale. Negli anni Venti riuscì poi a trasformare l’idea in un progetto finanziato. Nel 1925 esponenti del governo sovietico approvarono uno stanziamento di 10 mila dollari, una cifra considerevole per l’epoca, destinato alla spedizione africana e agli esperimenti.
Anche qui serve togliere un po’ di nebbia dalla storia. Alexander Etkind, che nel 2008 ha riesaminato il caso sulla rivista Studies in History and Philosophy of Biological and Biomedical Sciences, sottolinea che le motivazioni esatte di Ivanov e di chi finanziò il progetto restano in parte incerte.
Tra le ipotesi ci sono l’interesse a fornire una dimostrazione spettacolare della continuità evolutiva tra esseri umani e altri primati, la propaganda antireligiosa sovietica e le idee eugenetiche sul cosiddetto “nuovo uomo sovietico”. Sono interpretazioni storiche, non tre motivazioni che possiamo mettere serenamente in bocca a Ivanov un secolo dopo. La ricostruzione è contenuta nello studio di Alexander Etkind sull’esperimento di Ivanov.
Il celebre processo Scopes del 1925 negli Stati Uniti, durante il quale un insegnante venne processato per aver insegnato l’evoluzione, faceva parte dello stesso clima culturale. Rossiianov lo indica come uno degli elementi che avrebbero dato enorme risonanza a un eventuale successo dell’esperimento. Dire che fu il processo Scopes a “spingere” Ivanov, però, significa correre qualche metro oltre ciò che consentono i documenti.
Tre scimpanzé furono davvero inseminati
Nel 1924 Ivanov aveva ottenuto l’appoggio dei dirigenti dell’Institut Pasteur di Parigi per lavorare nella stazione per primati di Kindia, nella Guinea francese. Una prima spedizione nel 1926 si arenò per un problema molto pratico: gli animali disponibili non erano sessualmente maturi. Ivanov tornò nell’Africa occidentale alla fine dello stesso anno insieme al figlio. Furono catturati scimpanzé adulti e trasferiti nelle strutture di Conakry. Nei mesi successivi arrivarono le tre inseminazioni con sperma umano.
Nessuna produsse una gravidanza. I primi due fallimenti erano già noti quando gli Ivanov lasciarono l’Africa nel luglio 1927; il terzo animale morì successivamente e anche in quel caso non venne trovata una gravidanza. Quindi una correzione è necessaria quando questa storia viene liquidata come “il progetto sovietico mai realizzato”: un ibrido non nacque e nessuna gravidanza iniziò, ma la sperimentazione sugli scimpanzé venne materialmente eseguita.
Poi Ivanov pensò di usare donne africane senza informarle
Durante la permanenza in Africa Ivanov valutò una strada ancora più grave. Dai documenti studiati da Rossiianov risulta che propose di inseminare donne africane con sperma di scimpanzé senza comunicarlo loro, sfruttando normali visite mediche in ospedale come copertura.
Il piano fu discusso con medici e funzionari coloniali, ma non ricevette l’autorizzazione necessaria e non ci sono prove che sia mai stato eseguito. Il fatto che fosse arrivato fino alla progettazione concreta, però, sposta parecchio la vicenda dal territorio della semplice stramberia scientifica. Parliamo di donne colonizzate che Ivanov pensava di trasformare in soggetti sperimentali senza consenso.
Rientrato in Unione Sovietica, Ivanov provò nuovamente a organizzare la seconda parte dell’esperimento, questa volta prevedendo donne consenzienti nella stazione di primatologia di Sukhumi, sul Mar Nero.
Qui c’è un altro dettaglio che spesso viene deformato nel passaggio da un articolo all’altro. Nel 1929 una commissione stabilì che sarebbero servite almeno cinque volontarie. Questo non significa che cinque donne fossero già pronte per essere inseminate. La documentazione analizzata da Rossiianov permette di identificare con certezza almeno una volontaria, indicata come “G.”, che aveva scritto personalmente a Ivanov offrendo la propria partecipazione.
L’esperimento non partì. L’unico grande primate maschio sessualmente maturo disponibile nella struttura era un orangutan di nome Tarzan, che morì nel 1929. Ivanov avrebbe dovuto attendere l’arrivo di nuovi animali.
Ivanov venne arrestato, ma non per il suo “uomo-scimmia”
Neppure l’arresto di Ivanov va sistemato dentro una trama troppo comoda. Il 13 dicembre 1930 fu fermato dalla polizia segreta sovietica, accusato di aver partecipato a un’organizzazione controrivoluzionaria tra specialisti agricoli e condannato a cinque anni di esilio ad Alma-Ata, nell’attuale Kazakistan.
Le accuse maturarono durante le epurazioni che investirono il mondo scientifico sovietico e non risultano una punizione diretta per gli esperimenti di ibridazione. Ivanov morì per un ictus nel marzo 1932. Il fisiologo Ivan Pavlov scrisse il suo necrologio. Nel frattempo il progetto era morto con lui, per fortuna prima di arrivare all’inseminazione di una donna.
Un ibrido tra essere umano e scimpanzé sarebbe stato possibile?
Saperlo con certezza è impossibile, perché gli esperimenti di Ivanov non fornirono una risposta e non esiste alcun caso scientificamente verificato di un ibrido tra esseri umani e scimpanzé. Sappiamo però molto di più sulla distanza biologica tra le due specie. Le ricostruzioni genetiche più recenti collocano la separazione delle linee evolutive di esseri umani e scimpanzé attorno a 5,5-6,3 milioni di anni fa.
Condividere un antenato relativamente recente e una larga parte del patrimonio genetico non significa automaticamente poter produrre una discendenza vitale. A ricostruire la storia evolutiva dei primati contribuisce anche uno studio pubblicato nel 2025 su Nature sui genomi delle grandi scimmie.
L’ibridazione tra specie animali esiste ed è molto meno rara di quanto possa sembrare. Il gruppo di James Mallet ad Harvard studia proprio questi processi e mostra, per esempio, quanto siano frequenti nel genere di farfalle Heliconius. Gli ibridi possono però incontrare sterilità, incompatibilità genetiche e problemi di sopravvivenza. Passare da questo dato generale all’idea che Homo sapiens e Pan troglodytes possano generare insieme un individuo vitale sarebbe un salto che i dati disponibili non consentono. Il tema è approfondito nelle ricerche del gruppo di James Mallet sull’ibridazione tra specie.
Ivanov voleva attraversare quel confine con una siringa. Non ci riuscì. Prima che il progetto si fermasse, però, tre scimpanzé erano già stati usati e nei suoi appunti erano già comparse donne da sottoporre all’esperimento. Per raccontare questa storia non servono né il mostro sovietico né il “super-soldato” di Stalin. I documenti sono sufficientemente inquietanti da soli.