Per ventitré anni la definizione era rimasta sostanzialmente ferma. Il 22 ottobre 2025 l’International Dyslexia Association ha approvato una nuova formulazione della dislessia; il lavoro scientifico che ne spiega ragioni e limiti è stato poi pubblicato il 29 aprile 2026 sugli Annals of Dyslexia. La modifica tocca alcuni punti che possono sembrare tecnici finché non finiscono davanti a un bambino che legge lentamente, sbaglia le parole e deve dimostrare di essere “abbastanza” in difficoltà per ricevere aiuto.
La nuova definizione dell’International Dyslexia Association descrive la dislessia come un disturbo specifico dell’apprendimento caratterizzato da difficoltà nella lettura delle parole e/o nell’ortografia, che possono riguardare accuratezza, velocità oppure entrambe. Aggiunge tre elementi importanti: le difficoltà si distribuiscono lungo un continuum, cambiano anche in base al sistema di scrittura della lingua e possono persistere pure quando l’insegnamento funziona per i coetanei.
Dietro il nuovo testo c’è stato un lavoro piuttosto ampio: un comitato direttivo di 18 persone, un comitato consultivo di 74, una revisione della letteratura e oltre 3.000 osservazioni ricevute durante la consultazione pubblica dell’agosto 2025. Quindi sì, hanno impiegato parecchio tempo anche solo per decidere come definire il problema. Considerato cosa può dipendere da quelle parole, forse era il caso.
Il quoziente intellettivo smette di essere il guardiano della porta
Uno dei cambiamenti più rilevanti riguarda l’intelligenza generale. La definizione del 2002 parlava di difficoltà nella lettura “inaspettate” rispetto alle altre capacità cognitive. Quel passaggio è scomparso.
Qui serve una precisazione, perché nelle ricostruzioni sulla nuova definizione sta circolando una semplificazione importante: il testo IDA del 2002 non stabiliva una soglia obbligatoria di 15 punti tra quoziente intellettivo e prestazioni di lettura. La vecchia formulazione richiamava però il confronto con le capacità cognitive e in alcuni contesti ha favorito l’uso di modelli basati sulla discrepanza tra quoziente intellettivo e rendimento nella lettura.
La stessa IDA oggi spiega di aver eliminato quel riferimento proprio perché le prove disponibili non sostengono questo modo di separare chi sarebbe dislessico da chi avrebbe “semplicemente” difficoltà a leggere. Le difficoltà nella lettura delle parole compaiono in persone con profili cognitivi diversi e l’intelligenza generale dice poco sulla natura del problema, sui suoi meccanismi o sulla risposta agli interventi. Nella spiegazione ufficiale della nuova definizione questo passaggio viene indicato esplicitamente.
Significa che un test cognitivo non servirà mai più in una valutazione clinica? No. La nuova definizione non detta un protocollo diagnostico universale e non stabilisce quali strumenti debbano essere utilizzati in ogni Paese. Dice qualcosa di più circoscritto: una difficoltà significativa nella lettura non dovrebbe essere esclusa dalla dislessia solo perché il profilo cognitivo della persona non produce la discrepanza attesa.
In italiano un bambino può leggere giusto, però troppo lentamente
C’è poi una parola apparentemente innocua che per l’Italia conta parecchio: “ortografia”, intesa come sistema di scrittura della lingua.
L’inglese ha una corrispondenza tra lettere e suoni particolarmente irregolare. Italiano, spagnolo e finlandese sono invece considerate ortografie più trasparenti: il rapporto tra ciò che si vede scritto e ciò che si pronuncia è generalmente più prevedibile.
Questa differenza modifica anche il modo in cui la dislessia può mostrarsi. Il lavoro pubblicato sugli Annals of Dyslexia ricorda che, nelle ortografie trasparenti come quella italiana, molti bambini raggiungono presto livelli elevati di correttezza nella lettura. Le difficoltà possono allora diventare più visibili nella velocità, nell’automatizzazione e nella fatica necessaria per leggere, anche quando buona parte delle parole viene pronunciata correttamente.
È un dettaglio tutt’altro che ornamentale. Una definizione costruita soprattutto sull’inglese rischia di cercare gli stessi segnali in sistemi linguistici che funzionano diversamente. La nuova versione incorpora anche studi su cinese, giapponese, ebraico e arabo, dove cambiano ancora le unità linguistiche coinvolte nella lettura.
La fonologia resta importante, senza diventare un requisito universale
Anche il deficit fonologico perde il ruolo quasi obbligatorio che aveva nella formulazione precedente.
Le difficoltà nell’elaborare i suoni del linguaggio restano molto frequenti nella dislessia, ma la ricerca mostra una variabilità troppo grande per considerarle presenti in tutti i casi. La nuova definizione aggiunge inoltre il processamento morfologico, cioè la capacità di riconoscere e utilizzare le parti significative che compongono le parole.
Gli stessi autori citano studi in cui soltanto circa metà dei bambini poi identificati come dislessici presentava in precedenza un deficit significativo di consapevolezza fonologica. Il legame esiste ed è robusto a livello di gruppo; non funziona come un timbro diagnostico individuale valido per chiunque.
Cambia anche il modo di descrivere le cause. La versione del 2002 parlava di un’origine neurobiologica. Quella nuova considera insieme influenze genetiche, neurobiologiche e ambientali che interagiscono durante lo sviluppo. Questo non significa attribuire la dislessia all’ambiente o a un cattivo insegnamento: il documento specifica che i fattori ambientali, da soli, non bastano a spiegarla. Servono a descrivere un meccanismo molto meno lineare del vecchio schema causa-effetto.
Intervenire prima di aspettare che un bambino resti indietro
L’ultima frase della nuova definizione è forse quella che può produrre gli effetti più concreti: il sostegno al linguaggio e all’alfabetizzazione prima e durante i primi anni di scuola viene indicato come particolarmente efficace.
Gli autori prendono esplicitamente le distanze dall’approccio definito “wait to fail”, aspettare cioè che il bambino accumuli abbastanza difficoltà da rendere evidente il problema. La diagnosi di dislessia non può essere formulata prima dell’inizio della scolarizzazione, spiegano, mentre alcuni fattori di rischio possono essere individuati prima: difficoltà precoci nel linguaggio orale o nell’elaborazione dei suoni sono segnali da valutare, non prove sufficienti per una diagnosi.
Anche durante il primo anno di insegnamento si può osservare se le difficoltà persistono e come il bambino risponde a un supporto mirato. La ricerca esaminata dagli autori indica risultati migliori quando gli interventi cominciano nelle prime fasi dell’apprendimento della lettura rispetto a quando vengono rinviati agli anni successivi.
In Italia la nuova definizione non cambia le regole da un giorno all’altro
Per le famiglie italiane c’è però un confine da tenere ben visibile. L’International Dyslexia Association non è un’autorità sanitaria o legislativa italiana e la sua definizione non modifica automaticamente criteri diagnostici, certificazioni scolastiche o misure previste per i DSA.
In Italia il riferimento normativo resta la Legge 170 del 2010, che descrive la dislessia attraverso difficoltà nella correttezza e nella rapidità della lettura e parla di DSA che si manifestano “in presenza di capacità cognitive adeguate”. La stessa legge, però, stabilisce anche che nell’interpretazione delle definizioni si tenga conto dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche.
Sul piano clinico esiste inoltre la Linea guida italiana sulla gestione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, pubblicata nel Sistema nazionale linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità, che disciplina un contesto molto più ampio di una singola definizione internazionale.
La revisione IDA, quindi, aggiorna una bussola scientifica molto influente e mette nero su bianco qualcosa che la ricerca stava mostrando da anni: guardare soltanto a una formula, a un singolo deficit o all’inglese come modello universale lascia fuori pezzi importanti della dislessia. Perché questo accorci davvero i tempi tra le prime difficoltà e l’aiuto servono poi protocolli, professionisti, formazione e scuola. Ventitré anni di ricerca, da soli, non compilano un PDP.