L’Italia è fuori traiettoria su 34 dei 56 indicatori che misurano i progressi della transizione energetica. Le rinnovabili coprono appena il 20,3% dei consumi energetici complessivi e la dipendenza dall’estero resta al 74,1%, lontana dall’obiettivo del 68% previsto per il 2030. In pratica, il nostro Paese ha fatto progressi: oggi compra gas da più Paesi e dipende meno da un singolo fornitore. Ma continua a dover importare gran parte dell’energia che consuma.
È quanto emerge dalla valutazione ENEA presentata il 13 ottobre 2026 a Bruxelles, durante il Connact Autumn Workshop dedicato alla competitività europea. L’analisi esamina cinque ambiti dell’Unione dell’energia: decarbonizzazione, efficienza, sicurezza energetica, mercato interno, ricerca e competitività industriale.
Dei 56 indicatori, 15 risultano in linea con gli obiettivi, sette non hanno ancora una valutazione definita e 34 segnalano un percorso insufficiente. Non sono 34 traguardi già definitivamente mancati: significa che, mantenendo questo ritmo, il Paese rischia di non raggiungerli entro il 2030.
Rinnovabili al 20,3%: i ritardi nei trasporti e nel riscaldamento
La decarbonizzazione è il capitolo più problematico: su 13 indicatori, 11 mostrano che l’Italia procede troppo lentamente. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 20,3% dei consumi finali di energia, contro il 25,3% previsto per quell’anno. Il 2025 è passato. Al 25,3% previsto, invece, non ci siamo arrivati. Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) fissa al 39,4% l’obiettivo per il 2030.
I numeri ENEA precisano dove si concentra il problema. Nei trasporti le rinnovabili arrivano all’11% dei consumi, contro il 15% previsto nel 2025. Nel riscaldamento e raffrescamento si fermano al 21%, cinque punti sotto il 26% atteso. Benzina, gasolio e gas continuano a pesare sui consumi quotidiani molto più di quanto suggeriscano i record della produzione elettrica.
Secondo Terna, nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto circa il 41% della domanda elettrica italiana, anche grazie alla crescita del fotovoltaico. Sono due percentuali diverse perché misurano due cose diverse: il 41% riguarda l’elettricità, il 20,3% tutta l’energia consumata, compresa quella utilizzata per riscaldare edifici, alimentare industrie e muovere veicoli.
Un risultato positivo arriva dai settori soggetti al sistema europeo ETS, che fissa limiti alle emissioni di centrali e grandi impianti industriali. Rispetto al 2005, le emissioni sono diminuite di circa il 58%, oltre il traguardo intermedio del 55% previsto per il 2025. Negli altri settori, però, la trasformazione procede più lentamente. Già ad aprile l’analisi ENEA sul 2025 aveva segnalato consumi ed emissioni sostanzialmente fermi.
Dipendenza energetica al 74,1% nonostante la diversificazione delle forniture
L’altro numero decisivo è il 74,1% di dipendenza energetica dall’estero. L’obiettivo nazionale è ridurre l’indicatore al 68% entro il 2030. La misura riguarda il fabbisogno energetico complessivo, sostenuto in larga parte da importazioni di gas e petrolio, e non soltanto l’elettricità acquistata dagli altri Paesi.
I dati sulla sicurezza energetica mostrano una distinzione netta. Gli indicatori relativi alla dipendenza complessiva dalle importazioni, dal gas e dal petrolio risultano fuori traiettoria. Positivi, invece, diversi indicatori riguardanti le infrastrutture: collegamenti per il gas, terminali di gas naturale liquefatto (GNL), stoccaggi e rafforzamento della rete elettrica per accogliere le rinnovabili.
©Connact Autumn Workshop
Negli ultimi anni l’Italia ha diversificato gli approvvigionamenti, riducendo l’esposizione verso singoli fornitori. È un risultato importante: in caso di interruzione delle forniture, disporre di più alternative rende il sistema meno vulnerabile. Comprare gas da più Paesi, però, non significa aver bisogno di meno gas.
La differenza si misura soprattutto quando i prezzi internazionali aumentano. Secondo l’ENEA, nell’analisi sul primo semestre 2026, tra marzo e aprile il costo delle importazioni nette di energia è stato superiore di oltre 3 miliardi di euro rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente, nel contesto della crisi dello Stretto di Hormuz.
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica continua a considerare strategico il gas anche nel medio termine. Nello stesso documento richiama lo sviluppo delle rinnovabili e la progressiva riduzione della dipendenza dalle fonti fossili. I dati ENEA mostrano però che i risultati sulla dipendenza dalle importazioni restano insufficienti rispetto agli obiettivi.
Efficienza e bollette: risparmi reali, progressi insufficienti
Anche l’efficienza energetica è in ritardo. Degli otto indicatori esaminati, due risultano in linea con gli obiettivi, quattro sono fuori traiettoria e due mostrano progressi ancora in corso. Eppure qualche risultato concreto è arrivato.
Il Rapporto annuale ENEA sull’efficienza energetica 2026 documenta risparmi pari a circa 5,1 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio grazie alle misure monitorate tra il 2021 e il 2025: l’85% dell’obiettivo intermedio previsto. Nello stesso rapporto, però, i risparmi ottenuti nel 2025 attraverso le detrazioni fiscali risultano diminuiti del 37% rispetto all’anno precedente, in concomitanza con il ridimensionamento degli incentivi.
Rendere efficienti edifici e impianti costa, e non tutte le famiglie possono affrontare la spesa. Il problema tocca quindi anche l’accessibilità degli interventi. Un calo dei consumi, inoltre, non deriva necessariamente da una migliore efficienza: può dipendere da un inverno più mite o dalla diminuzione dell’attività industriale. Per valutare le politiche serve distinguere questi effetti.
Sul mercato interno dell’energia, sei indicatori su dodici risultano fuori traiettoria. Le criticità comprendono i prezzi dell’elettricità e del gas, le interconnessioni elettriche e la povertà energetica, cioè la difficoltà delle famiglie a sostenere le spese per i servizi energetici essenziali. Ridurre la domanda di combustibili fossili significa anche diminuire l’esposizione alle oscillazioni dei loro prezzi, ma i benefici devono raggiungere chi oggi fatica a pagare le bollette.
Tecnologie pulite: l’Italia compra dall’estero più di quanto vende
La dimensione dedicata a ricerca, innovazione e competitività presenta sei indicatori fuori traiettoria su sette, mentre uno non è ancora valutabile. Tra le criticità figurano investimenti nella ricerca energetica, brevetti, sviluppo di nuove imprese e produzione industriale dei settori energivori.
Nel 2025 l’Italia ha acquistato dall’estero tecnologie a basse emissioni per un valore superiore di quasi 4 miliardi di euro rispetto a quelle esportate. Secondo l’ENEA, la differenza si è ridotta rispetto agli oltre 5 miliardi dell’anno precedente, soprattutto grazie alle maggiori esportazioni di auto ibride plug-in. Per il fotovoltaico, invece, non ci sono stati miglioramenti, mentre per le auto completamente elettriche la situazione è peggiorata.
©Connact Autumn Workshop
Importare pannelli o veicoli elettrici non annulla il loro contributo alla riduzione delle emissioni. Ma questi numeri mostrano quanto l’industria italiana fatichi ancora a produrre ed esportare le tecnologie necessarie alla transizione. La dipendenza dalle importazioni di combustibili e quella dalle tecnologie pulite sono problemi distinti; entrambi incidono sulla capacità del Paese di costruire maggiore autonomia economica.
Gli obiettivi del 2030 richiedono risultati verificabili
L’analisi ENEA richiama infine un limite delle valutazioni europee: alcuni indicatori misurano l’adozione di politiche, altri i risultati raggiunti. Per il Governo, i primi sono più comodi da portare in conferenza stampa. I consumi e le emissioni possono inoltre cambiare per fattori esterni, dalle temperature all’andamento dell’economia. Per capire quali interventi funzionino servono verifiche che distinguano le misure approvate dai loro effetti concreti.
I ritardi italiani, intanto, riguardano quantità ben definite: la quota di rinnovabili sui consumi complessivi, il ricorso ai combustibili fossili nei trasporti e nel riscaldamento, la dipendenza dalle importazioni e la competitività industriale. I progressi nella diversificazione delle forniture sono documentati. Quelli nella riduzione del fabbisogno energetico importato restano insufficienti. I fornitori sono diventati più numerosi. La dipendenza, al 74,1%, è ancora lì.
